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Vicchio di Rimaggio: uno stemma e un tabernacolo

Un gioco di squadra tra storici locali per identificare uno stemma presente nella nicchia affrescata di un tabernacolo a Vicchio di Rimaggio.

Tabernacolo di Vicchio di Rimaggio

A volte sono tentato di pensare che il ripetersi di notizie che hanno al centro lo stesso argomento non siano altro che segni (del caso? del destino? di una volontà superiore?) per attirare la tua attenzione in modo che tu possa occupartene. Ho provato più volte questa sensazione, anche recentemente. Motivo di tanta curiosità? Un tabernacolo del quale neanche sospettavo l’esistenza.

Quello in oggetto si trova in un angolo appartato lungo una strada secondaria, nella zona di Vicchio di Rimaggio. Me lo segnalò la scorsa primavera l’amico Massimiliano Franci, che se l’era trovato improvvisamente davanti mentre ammazzava il tempo e la frustrazione da lockdown con lunghe passeggiate a piedi nelle campagne ripolesi. Lo colpì l’imponenza della struttura e l’interno affrescato, anche se piuttosto malandato. Dopo uno scambio di informazioni generiche via social, consultando i manoscritti di Torrigiani, Max lo identificò con «il Tabernacolo del Redentore, lungo la strada comunale di Vicchio di Rimaggio, presso la Villa Rigacci, denominata Casoli e segnata col numero municipale 370; ove fa una Stazione la Processione delle rogazioni il martedì avanti l’Ascensione».

Tabernacolo di Vicchio di Rimaggio

Poche settimane dopo ne trovai una traccia ben più consistente nel blog del fotografo antellese Andrea Rontini. A margine di alcune belle immagini, sotto il titolo di Tabernacolo dell’Annunciazione sulla via Vicchio e Paterno, veniva descritto come «una massiccia muratura con il tetto a spioventi, un gradino in pietra ed un cancello antico, in legno intagliato che lascia intravedere l’immagine dipinta all’interno. Il vano è profondo: le pareti laterali sono dipinte a tinte forti, in rosso e ocra e sono decorate con due grandi medaglioni con tracce poco leggibili di raffigurazioni». Nella volta a botte, contro uno sfondo azzurro, sono rappresentati l’Agnus Dei ai piedi di una semplice croce di legno, affiancato dai simboli dei quattro Evangelisti. Nella parete di fondo è dipinta «la scena dell’Annuncio a Maria, ambientato nella camera della Vergine, dove il letto ha un baldacchino con delle cortine svolazzanti. Maria è in ginocchio, con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso l’Arcangelo Gabriele che arriva in volo, ad ali spiegate e con un vigoroso slancio delle gambe». In conclusione si annota che «purtroppo i colori sono fortemente alterati e si è perduta la definizione delle immagini: tutto ciò dispiace perché si tratta di un’opera di pregio, probabilmente rimaneggiata nel tempo, che potrebbe risalire al XVI – XVII secolo», precisando che «nelle carte dei Capitani di Parte del 1583 questi possedimenti furono di un certo Domenico Berti poi nei Campioni di Strade del 1774 vengono indicati alla famiglia Altoviti». 

Campioni di Strade 1774

A questo punto entra in gioco Silvano Guerrini che, conoscendo la mia dimestichezza con l’araldica, mi segnalò la presenza di uno stemma, allegando un’immagine estrapolata da uno scatto di Rontini, sfuocata e sgranata a causa del forte ingrandimento, chiedendomi notizie su una possibile identificazione. Lo stemma, molto piccolo, si trova dipinto specularmente in due esemplari identici al di sopra dei medaglioni sulle pareti laterali, all’interno della nicchia affrescata del tabernacolo. 

Vicchio di Rimaggio: uno stemma

Si presenta partito, cioè diviso a metà in senso verticale. Nella parte destra (che è la sinistra di chi guarda, perché lo stemma si legge come uno scudo imbracciato da una persona che ci sta di fronte) c’è un animale non troppo ben distinguibile, bianco su fondo nero, che a prima vista sembra un cavallo, o forse un cane; nella seconda partizione troviamo invece un fasciato, ovvero una serie di sei fasce (fascia è la pezza in senso orizzontale). È inoltre timbrato da una corona, cosa che lo attribuisce a una famiglia nobile, probabilmente anche di una certa rilevanza. La divisione in senso verticale suggerisce inoltre che si tratti di uno stemma di alleanza. Le famiglie nobili, specialmente tra XVII e XIX secolo, avevano la consuetudine di affiancare allo stemma del marito anche quello della moglie, consuetudine della quale si trovano chiari esempi anche nel nostro territorio. Presso la pieve di Antella, nelle lesene dell’altare col dipinto di Lorenzo Lippi che raffigura san Manetto, si trova lo stemma matrimoniale di Donato di Niccolò dell’Antella, cavaliere di Santo Stefano (c’è la croce ottopuntata accollata allo scudo) e Maria Maddalena Scali, sposata nel 1631 in seconde nozze. Oppure a San Quirico a Ruballa troviamo nelle lesene dell’altare con la Madonna di Domenico Puligo uno stemma partito riferibile al matrimonio di Ugo Peruzzi con Alfonsina Della Gherardesca (fine sec. XVI - inizio del successivo), caso unico di unione matrimoniale tra le due famiglie. Tanto per citare due esempi dei quali mi sono occupato nelle mie pubblicazioni. Si capisce bene l’importanza della corretta identificazione di uno stemma in funzione della datazione e della committenza di un’opera d’arte. 

Ma torniamo allo stemma in oggetto. Per esperienza so bene che per arrivare a una identificazione non basta avere competenza di araldica, è necessario conoscere il più possibile la storia dell’edificio o del territorio nel quale si trova. Perciò la prima cosa che ho fatto è stata consultare il sempre utile Carocci, il quale, pur non rilevando tabernacoli, descrive in quella zona Villa Morrocchi (o Le Fonti) evidenziando che «gli Altoviti ne fecero centro di un’ampia tenuta», a conferma di quanto rilevato dalla cartografia di epoca leopoldina citata da Rontini. Tutto questo mi ha indirizzato a riconoscere nella prima partizione dello stemma, con pochi dubbi, il lupo rapace d’argento in campo nero alzato da quella famiglia. 

L’identificazione della seconda partizione, relativa allo stemma gentilizio della moglie, ha richiesto la consultazione di una genealogia dettagliata, cosa che sono riuscito a fare grazie all’aiuto dello stesso Guerrini, col quale c’è stata un’ampia condivisione di idee e documenti: per fortuna la genealogia degli Altoviti del Passerini è reperibile in internet!

È stata sufficiente una breve consultazione per riconoscere in quel fasciato lo stemma familiare di Alessandra Mancini (fasciato d’oro e di nero), consorte di Guglielmo Altoviti (1680-1752) figlio dell’acquirente della villa. Le fasce di un improbabile color celeste, così poco araldico, che vediamo oggi alternarsi a quelle nere sono evidentemente dovute a caduta della tinta, o forse della foglia d’oro presente in origine. E del resto, tra gli stemmi delle donne andate in sposa agli Altoviti di quel periodo, è l’unico compatibile. 

Da tutto questo si evince il nome del committente dell’affresco: Guglielmo Altoviti, avvocato, senatore del Granducato, provveditore dei Capitani d’Orsanmichele e soprattutto ricco banchiere. Il 26 ottobre 1730 l’Altoviti, allora cinquantenne, aveva sposato la Mancini, rimasta vedova del sen. Alessandro Biliotti. Tre anni dopo la coppia ebbe un figlio, che chiamarono Alfonso come il nonno, ricordato come cavaliere di S. Stefano. La data del matrimonio ci fornisce inoltre una datazione piuttosto precisa per l’esecuzione dell’opera, ristretta tra il 1730 e il 1752, data di morte di Guglielmo.

 Michele Turchi

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(*) Questo contributo nasce dalla condivisione di documenti, immagini, opinioni con Massimiliano Franci, Silvano Guerrini e Andrea Rontini, che ringrazio per aver messo a disposizione le foto del tabernacolo che corredano l’articolo. Per la riproduzione dello stemma ringrazio Max Ghirardi (www.araldicacivica.it).

 

Documentazione:

- Archivio di Stato, Firenze, Capitani di Parte, 118, Schizzi e Misure di Strade, cc. 14v-15r.
- Archivio di Stato, Firenze, Ceramelli Papiani, fascc. 105 (Altoviti), 2923 (Mancini).
- Archivio Storico del Comune di Bagno a Ripoli, Preunitario, Serie XVI, 22, Campione di tutte le strade Comunitative situate nella Comunità del Bagno a Ripoli. Fatto l’anno 1774, cc. 11-12.
- Luigi Passerini, Genealogia e storia della Famiglia Altoviti, Firenze, 1871, pp. 172-173, tav. XII.
- Luigi Torrigiani, Il Comune del Bagno a Ripoli, Bibl. Moreniana, Acquisti Diversi, 158/17, Monumenti e Ricordi Religiosi della Parrocchia di San Lorenzo a Vicchio, cc. 196v-197r, 203r.
- Guido Carocci, I dintorni di Firenze, II, Sulla sinistra dell’Arno, Firenze, 1907, p. 42.
- Andrea Rontini, Tabernacolo dell’Annunciazione, in Tabernacoli a Bagno a Ripoli fra bellezza incuria e solitudine, https://blog.andrearontini.it/

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