BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Ghisla e Mattea, donne del Medioevo

A dispetto del fatto che le donne ricordate dalla storia e dalla memoria locale siano un’esigua minoranza, ne troviamo due tra i personaggi più risalenti che in qualche modo hanno legato il loro nome al territorio di Bagno a Ripoli.

Donna nel Medioevo

Madonna GHISLA DI RODOLFO è il personaggio che ci porta più indietro nel tempo. Nobildonna di origine longobarda e vedova di Azzo di Pagano, visse nell’XI secolo, quando alcune pergamene la ricordano come fondatrice e benefattrice del monastero di San Pier Maggiore, che in quel tempo si trovava fuori delle mura di Firenze. Da questi atti notarili, datati tra dicembre 1066 e novembre 1073, si deduce la ricca consistenza delle risorse fondiarie delle quali disponeva la famiglia d’appartenenza, che la tradizione trecentesca dice essere quella dei Figiovanni, mentre per Davidsohn si trattava dei Firidolfi; la più recente storiografia assegna invece Ghisla alla stirpe convenzionalmente denominata Suavizi.

In data 19 dicembre 1066 risulta che Rolando, figlio del fu Azzo di Pagano, aveva venduto per 100 lire alla madre Ghisla la propria quota (non specificata) di numerose corti e castelli. Con la quarta parte di questi beni, il successivo 27 febbraio, la stessa Ghisla dotò il monastero di San Pier Maggiore, da poco fondato fuori dalle mura di Firenze dal noto vescovo fiorentino Pietro Mezzabarba.

San Pier MaggioreLa chiesa di San Pier Maggiore, faceva parte dell'omonimo monastero femminile benedettino (XI secolo), la cui badessa aveva il compito istituzionale di accogliere il nuovo vescovo di Firenze al suo arrivo in città. Demolita nel 1784, sono sopravvissute solo le tre arcate del portico della facciata. A sinistra in una veduta di Giuseppe Zocchi (1711-1767).

I beni in oggetto sono costituiti da una rete di corti, castelli e chiese diffusa tra Valdarno Superiore, Val Marina, Val di Sieve e Mugello. Nel territorio ripolese vengono citati Villamagna (corte, castello e chiesa) e Monte San Martino (corte e castello), che un successivo documento chiarirà – come dimostrato da Repetti – trattarsi di Montepilli.

Con la morte di Rolando, l’unico figlio maschio, la nobildonna prese il velo in quel monastero assieme alle quattro figlie Gisla, Guazza (che furono anche badesse), Adalasia e Linia. Com’era d’uso per le donne di nobile stirpe, Ghisla non si rinchiuse nel monastero, ma si ritirò nel castello di Spugnole, presso San Piero a Sieve. Per una donna vedova e rimasta senza eredi era questo l’unico modo per assicurare alle figlie un’esistenza più che dignitosa. 

Chiese di Villamagna e SpugnoleSulla sinistra la pieve di San Donnino a Villamagna. A fianco la chiesa di Santa Maria e San Niccolò a Spugnole (© ilfilo.net - Idee e notizie dal Mugello).

È interessante notare, infine, che allo stesso arco temporale – fine XI, inizio XII secolo – è attribuita l’edificazione della pieve di San Donnino a Villamagna nelle sue attuali forme romaniche. In linea del tutto ipotetica è dunque possibile che Ghisla e la stirpe alla quale appartenne ne fossero stati in qualche modo coinvolti.

 

Madonna MATTEA visse invece nel XIV secolo e il suo ricordo è legato alla pieve di San Pietro a Ripoli. Tra 1295 e 1394 i diritti di patronato della chiesa plebana furono detenuti dai Lupicini, famiglia ghibellina di origine fiesolana che risedette in Firenze nel sesto di San Pier Scheraggio. Fin dal XIII secolo possedettero a Bagno a Ripoli il palagio del Pratello, in via della Nave a Rovezzano, e altri beni. In particolare un atto del 19 luglio 1309 documenta un podere con terre coltivate e tre case da lavoratore con vigna e bosco, posti nel popolo della Pieve a Ripoli in luoghi detti «Petroio» e «Flesso». Si sa che erano stati sequestrati dall’Inquisizione a Gherardo del fu Gianni Lupicini, reo di eresia catara.

Pieve a ripoliL’affresco di Pietro Nelli nella Pieve a Ripoli, raffigurante il Cristo in Pietà con i simboli della Passione e, nel timpano, L’Annunciazione. In basso, entro formelle sagomate, la Madonna col Bambino e l’immagine di due santi. 

In cima alla navata destra, sulla parete laterale, è visibile un brano d’affresco, tornato alla luce nel corso del profondo intervento di restauro operato a partire dal 1931. Il dipinto, commissionata dagli stessi Lupicini e databile attorno al 1380, venne in un primo tempo attribuito a Spinello Aretino; studi più recenti lo assegnano invece alla mano di Pietro Nelli. In quegli stessi anni entrambi gli artisti furono impegnati nella decorazione pittorica – su committenza degli Alberti – del vicino oratorio di Santa Caterina a Rimezzano. 

L’affresco raffigura il Cristo in Pietà con i simboli della Passione e, nel timpano, L’Annunciazione. In basso, entro formelle sagomate, la Madonna col Bambino e l’immagine di due santi. Tra queste figure resta un’iscrizione, preziosa anche se mutila, con la dedica della committente: «questo lavoro fece fare ma[donna] Mathea mo[glie] che fu di Ghozzo Lupicini [...]». Si tratta con ogni probabilità di una di quelle opere che venivano commissionate dai più facoltosi fiorentini come “restituzione a Dio” di una parte delle loro ricchezze, spesso accumulate con mezzi poco leciti come l’usura, per la salvezza delle anime dei defunti. 

Al di sotto del dipinto si conservava un tempo la grande lastra di pietra che chiudeva la tomba di famiglia. La lapide, tripartita, è scolpita a bassorilievo nello stesso stile di quelle degli “avelli” del cimitero di Santa Maria Novella; presenta al centro una croce gigliata e alle due estremità uno scudo triangolare con lo stemma di famiglia, riflesso specularmente. Lo si blasona di rosso, alla banda d’argento caricata di tre lupi passanti di nero, la presenza dei quali assegna lo stemma al genere cosiddetto parlante, che attraverso le figure fa diretto riferimento al casato della famiglia. L’esemplare, per quanto ancora sufficientemente leggibile, si presenta corroso dal tempo, se non scalpellato di proposito quando in epoca posteriore la pietra venne riciclata come mensa dell’altare maggiore.

lastra con armeLa lapide tripartita, scolpita a bassorilievo, con al centro una croce gigliata e alle due estremità uno scudo triangolare con lo stemma dei Lupicini, riflesso specularmente. Sulla destra gli stemmi dei Lupicini e dei Bianciardi.

Madonna Mattea commissionò anche una tavola d’altare, oggi perduta, della quale resta memoria in un manoscritto apocrifo datato 1640, forse attribuibile al pievano Gabriello Landini, che segnala l’esistenza di «due arme», ovvero due stemmi. Uno di questi è quello poc’anzi citato dei Lupicini, diverso però nelle campiture: d’azzurro alla banda di rosso caricata di tre lupi passanti al naturale. L’altro, uno scudo di rosso alle quattro catene d’oro partenti dagli angoli e tenute al centro da un anello dello stesso, è del tutto identica a quella dei Bianciardi, ricchi banchieri di fede ghibellina, famiglia alla quale probabilmente appartenne madonna Mattea.

Michele Turchi

 

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Per saperne di più:

Su Ghisla: Maria Elena CORTESE, Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo, Firenze, Olschki, 2007, pp. 356-365.

Su Mattea: Fabio DEL BRAVO, Quarte Plebe Sancti Petri. S. Pietro a Quarto della Lega di Ripoli, Bagno a Ripoli, 1996, p. 58.

La foto in alto è un particolare di una miniatura di Robinet Testard, da una edizione del 1497 delle “Heroides” (“Eroine”), raccolta poetica di Ovidio costituita da 21 lettere in versi rivolte da donne illustri o mitiche ai loro amanti.

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