BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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La novella dello stento

Era il 3 luglio 1919 quando, sotto la spinta degli alti prezzi e della scarsità dei generi alimentari, oltreché della illusione rivoluzionaria alimentata dai socialisti, improvvisamente i pigionali di Balatro parteciparono attivamente a quello che si chiamò il bocci-bocci, un movimento del sottoproletariato agricolo nato per espropriare le scorte giacenti presso le fattorie e redistribuirle a prezzi di costo. Di quel giorno Michele Turchi ci racconta una storia...

Giuseppe Pellizza da Volpedo Ambasciatori della FameAmbasciatori della fame di Giuseppe Pellizza da Volpedo (particolare, 1892)

«Nonna, ho fame!», disse sommessamente il piccolo Bruno, con aria affranta. 
«Non si mangia prima di cena!», rispose la nonna con un modo brusco, reso necessario dal dover mascherare il fatto che la madia era vuota. Nemmeno un briciolo di pan secco.
«Nonna, ho sete!» incalzò il bimbo. 

Questa volta la nonna si alzò, lasciando sulla sedia il paio di calzoni ai quali stava aggiungendo l’ennesima toppa, si avvicinò all’acquaio e versò dell’acqua dalla mezzina di rame, fino a riempire il bicchiere. L’acqua del pozzo, almeno quella, non si doveva pagare, e c’era addirittura un proverbio che recitava: 

Se ci fusse du’ mangiari come c’e du’ beri
Anderei ’n tasca a te e a tu’ poderi.

«Nonna, raccontami una storia!» continuò il bimbo, che sembrava un po’ più tranquillo dopo aver soddisfatto almeno la sete. La donna però aveva ben altri pensieri per la testa, e non gli venne in mente altro che quella strana tiritera che di solito biascicavano le nonne quando non avevano voglia di raccontar novelle: 
«O icché tu vòi che ti racconti, nini! La vuoi sentì la novella dello stento, che la dura da tanto tempo e la ’un finisce mai?»
«Sì, nonna!»
«’Un si dice di sì alla novella dello stento, che la dura da tanto tempo e la ’un finisce mai!»

Durava davvero da tanto tempo lo stento, e non era una novella, purtroppo. La guerra, la Grande Guerra come la chiamavano i signori, aveva portato via dalle famiglie le braccia forti degli uomini, che si erano dovute arrangiare tirando avanti con le donne e i vecchi. Almeno i contadini avevano l’orto e il campo dava comunque qualche frutto, ma per le famiglie dei “pigionali”, i braccianti, gli artigiani, i manovali, era stata davvero dura. La guerra adesso era finita, almeno quella era una buona notizia, ma la situazione non era certo migliore di prima. Trento e Trieste erano costati la vita di migliaia e migliaia di uomini, il lavoro non c’era e prezzi dei viveri erano andati alle stelle.

Come se non bastasse, nei freddi mesi d’inverno un altro nemico, più subdolo e letale degli Austro-ungarici, aveva seminato paura e morte in tutta Europa. La terribile pandemia di influenza nota come “spagnola” non aveva risparmiato l’Italia, e neppure la famiglia di Bruno. La sorellina Teresa non aveva resistito al morbo, che s’era presentato con tosse, dolori lombari e febbre. In capo a pochi giorni i suoi piccoli polmoni avevano cominciato a riempirsi di sangue, le cure erano state inadeguate e la morte se l’era portata via a quattro anni. Con lei se n’erano andati – secondo le stime – 375.000 italiani, ma c’era chi era pronto a giurare che le vittime fossero state più di mezzo milione.

Gino, il babbo di Bruno, era un bravo muratore, ma da quando era tornato dal fronte – e bisognava ringraziare Iddio che era tornato – aveva lavorato poco e con paghe da miseria. Per fortuna sua moglie era figlia di contadini e andando a dar mano ai genitori, dopo una giornata di fatica nei campi, un pezzo di pane e qualche verdura dell’orto riusciva a portarla a casa.

Ma quel giorno la nonna aveva anche un’altra preoccupazione. Le voci nel borgo di Balatro si rincorrevano, c’era stata molta agitazione quel caldo giorno di luglio. Gli uomini erano allo stremo, feriti da quella mancanza di futuro come premio per aver rischiato la vita sul Carso. Feriti dal dover elemosinare un po’ di lavoro sottopagato per non far morire di fame e di stenti i loro figlioli. Feriti nella loro dignità di uomini, di padri di famiglia. Si erano ritrovati, in tanti, tutti nelle stesse disperate condizioni, e questa volta non avevano posto tempo in mezzo.

«Si fa come in Russia» avevano infine deciso, «si fa il bocci-bocci

Era una stana parola quella, giunta chissà da dove, storpiata passando di bocca in bocca. Forse voleva dire “bolscevico”, forse chissà cos’altro. Resta il fatto che quel giorno – era il 3 luglio 1919 – gli uomini, più per disperazione che per voglia di riscatto sociale, formarono delle improvvisate commissioni che, in nome e per conto del popolo, incominciarono a requisire i beni di prima necessità presso le fattorie e le botteghe di generi alimentari. 

Una gran quantità di grano, legumi, vino, olio, salumi, formaggio fu ammassata nei magazzini delle Cooperative di Consumo che si trovavano in quasi tutti paesi, e le merci vennero poste in vendita a prezzo politico. Il movimento era stato così vasto e improvviso che le autorità furono prese in contropiede e non poterono far altro che cercare di limitare i danni. 

Giovanni FrizziGiovanni Frizzi, lavandaio di Rimaggio, primo sindaco socialista di Bagno a Ripoli, coinvolto in prima persona nei fatti del Bocci-bocci. Sulla destra la tessera del Partito Socialista nel 1919.

La nonna stava ancora cercando di calmare il piccolo Gino con quella sua cantilena senza fine, quando sentì dei passi concitati su per le scale, e riconobbe le voci di suo figlio e di sua nuora. Quando la porta si spalancò, le venne un tuffo al cuore. Era stata in pena per lui e adesso finalmente era a casa. E non era tornato a mani vuote, aveva una sporta con un filone di pane, un fiasco di vino, un salame, un sacchetto di fagioli e uno di fave, qualche uovo. 

Fu una vera festa, quella sera. C’era gioia vera nei loro volti, mentre si riempivano lo stomaco e al tempo stesso si ritempravano lo spirito.

Le cose, però, non tardarono a tornare come prima. E quante altre volte la nonna aveva dovuto raccontare al piccolo Bruno quella strana tiritera, quella novella dello stento, che la dura da tanto tempo e la ’un finisce mai!

Michele Turchi

 

 

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Il racconto, per quanto di fantasia, è ambientato in un contesto storico e sociale del tutto verosimile. Per approfondire, si rimanda a:
- R. BIANCHI, Bocci-Bocci. I tumulti annonari nella Toscana del 1919, Firenze, Olschki, 2001.
- M. TURCHI, «Bocci-bocci»: i moti annonari del 1919, in: ID., Storie di un paese. Indagine sul territorio di Osteria Nuova, Vol. III, Bagno a Ripoli, Audace Resistente Cultura, 2011, pp. 121-128.

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