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“La cosa più tremenda della mia vita”. Gino Bartali ricorda l’incidente al fratello Giulio ad Osteria Nuova

Il 14 giugno 1936, Giulio Bartali, fratello minore di Gino, durante la Targa Chiari si scontra con un'automobile sulla salita del San Donato, nei pressi di Osteria Nuova. Morirà due giorni dopo. Nella sua autobiografia, Tutto Sbagliato Tutto da Rifare, Bartali ricorda il fratello.

giulio bartaliGiulio Bartali con Armando Sizzi (alla sua sinistra) e altri amici a Ponte a Ema (1935)

Il 1936, secondo anno della mia attività professionistica, è stato forse il più duro e difficile di tutta la mia carriera. Dopo un inizio a fasi alterne (23° alla «Sanremo», 4° nel Giro di Toscana (...), l° nel Gran Premio Industria, a squadre, con Guerra e Gotti – quello a cui «dovevo farla pagare» –, 16° nel Giro dell'Emilia), venne il Giro d'Italia. Nel '35, da gregario nella «Frejus», al mio primo Giro, mi ero classificato 7° (e l° nel Gran Premio della Montagna). Stavolta, con la «Legnano », partivo ancora da gregario, ma con il bastone da luogotenente di Learco Guerra e con il suo appoggio, la sua stima e amicizia. E pensare che ero stato io il primo, nel '35, a strappargli la maglia tricolore di campione italiano che lui portava ininterrottamente da cinque anni...

Alla nona tappa, Campobasso-L'Aquila (il capoluogo abruzzese aveva già registrato la mia prima vittoria di tappa nel Giro del '35), quasi sulle stesse strade dell'anno precedente, con ben quattro salite – Macerone, Rionero Sannitico, Roccaraso, Svolte di Popoli – da scavalcare, impegnando tutte le mie forze, anche perché mi ero trovato in testa a tutti con estrema facilità (e avevo solo mezzo minuto di distacco dalla maglia rosa Olmo), arrivai solo al traguardo con cinque minuti di vantaggio sul secondo. Indossai la maglia rosa (Guerra e Pavesi erano contentissimi) e la tenni per le restanti dodici tappe, sino a Milano.

Toccavo il cielo con un dito. Non avevo ancora 22 anni ed ero... arrivato. A Ponte a Ema era una gran gioia: in casa, tra gli amici, m'ero trovato una fidanzata (Adriana, che diventerà mia moglie nel novembre del 1940), stavo bene. Una delle cose più belle della mia vita semplice era il grande affetto che legava me e Giulio, il fratello minore di due anni (era del '16), che aveva cominciato a correre e, da dilettante, vinceva, a distanza di due anni esatti, le corse che avevo vinto io.

Giulio BartaliDue immagini di Giulio Bartali con la maglia della SS Aquila

Giulio era fisicamente più dotato di me. Regolare sul passo, mi batteva in volata e in salita era quello che teneva la mia ruota meglio di tanti professionisti che correvano con me in quei tempi. Era il migliore dilettante della Toscana. Nello scorcio della stagione '36 aveva già vinto sei corse. La vittoria che l'aveva entusiasmato di più era stata quella di Castelnuovo Sabbioni: aveva dato dieci minuti di distacco a tutti. Alla mia maglia rosa, conquistata tra maggio e i primi di giugno, lui contrapponeva le vittorie di Pistoia, Sansepolcro, Sinalunga. Non viveva certo di rendita sul nome del fratello. Che cosa avremmo potuto combinare insieme, l'anno successivo, una volta passato professionista anche lui? Era questo uno degli argomenti preferiti delle nostre lunghe chiacchierate, piene di progetti, di sogni, di speranze. Facevamo 41 anni in due...

Il 14 giugno, invece, accadde la cosa più tremenda della mia vita. Era domenica. Giulio era andato a correre la Targa Chiari, che era una specie di campionato regionale per dilettanti. Durante la gara, gli si guastò il cambio e perdette tempo prezioso. Inseguendo di forza, riuscì a tornare in gruppo. Sulla salita del San Donato trovò altra forza per attaccare. Superò tutti, tranne Bruno Corsini, che era un suo amico e altri due corridori: Bernacchi e Corsinovi. Li raggiunse nella prima parte della discesa. Pioveva e il terreno era viscido. A una curva, nei pressi di Osteria Nuova, un'automobile che stava salendo e non si era fermata, nonostante gli avvertimenti usuali durante una corsa ciclistica, si parò innanzi ai corridori. Paurosamente. Due riuscirono a passare, Giulio, che era terzo, in fila indiana, fu investito dalla vettura: un colpo violento all'altezza del cuore e fratture multiple. Venne portato all''ospedale di Santa Maria Nuova. Arrivai mentre gli facevano trasfusioni di sangue. Detti anche il mio. Il giorno dopo, il medico ci disse che potevamo trasportarlo a casa: non c'era più niente da fare. Il 16 giugno, dopo 36 ore di agonia, Giulio spirò. La tristezza più cupa piombò su di noi. Dalla gioia più grande al dolore più terribile. All'improvviso.

Dall''autobiografia di Gino Bartali, Tutto Sbagliato Tutto da Rifare, Mondadori, 1979

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