BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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La guerra di Beppe

In occasione del centenario della Prima guerra mondiale, Michele Turchi ricorda la storia di Giuseppe Manetti, contadino di Villamagna, che dal fronte scrive un diario sulla maledetta guerra: "Non è questione di morire..."

La guerra di BeppeSulla sinistra, una foto di Giuseppe Manetti e la moglie Cesira insieme ad alcune pagine del diario (dalla copertina del volume «Maledetta Guerra. Diario di un contadino al fronte»)

«Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa, non è il tulipano, che ti fan veglia dall’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi». 

Beppe Manetti fu più fortunato del Piero cantato da Fabrizio De André. Classe 1884, mezzadro del podere Turrita a San Romolo di Villamagna, ne aveva visti tanti, sepolti alla meglio sotto una croce improvvisata. Dopo lunghi mesi di angoscia, riuscì comunque a riportare a casa la pelle. In trincea la vita era appesa a un filo, a volte era questione di centimetri. «Siamo sempre qui, bene che siamo un po’ riparati, ma ci scoppia le granate che è un piacere. Circa alle ore 5 ne scoppiò una alla nostra destra lontana 8 o 10 metri, portò in aria tanti sassi che uno di questi venne a colpire uno sfortunato che era a sedere a canto a me e con la sua testa salva la mia vita, poveretto!». 

«Così dicevi ed era d’inverno e come gli altri verso l’inferno, te ne vai triste come chi deve, il vento ti sputa in faccia la neve».

I giorni scorrevano lenti, in attesa di un futuro incerto, forse improbabile. «Io sono qui e posso essere nelle ultime ore di vita ed a miei bambini cosa li lascerò? Altro che della fame perché tutto ciò che noi, e i nostri padri avevano prodotto siamo venuti a distruggerli qua sù, distruggerli sopra a questi monti, quanto siamo in civili!»

«Ninetta mia, crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio. Ninetta bella, dritto all’inferno avrei preferito andarci in inverno».

Beppe aveva due donne nel cuore. La moglie Cesira e soprattutto la piccola Adele, che non aveva neppure potuto veder nascere. «E abbiamo un figlio che io amo teneramente ed’è per questo che io mi sento un gran sagrificio a stare lontano, è per questo che mi trovo pentito perché se io non avessi provato quanto forza cha l’amore di un figlio, e quanti doveri à un padre, mi sentirei meno attaccato alla vita».

«E mentre il grano ti stava a sentire, dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole».

Parole pesanti, quelle di Beppe, vergate in una grammatica incerta, ma pesanti come macigni. «Questi, della stampa che esaltano tanto la guerra o per meglio dire (g)liela fanno esaltare, vorrei che venissero dove si va noi per vedere se poi avessero il coraggio di esaltarla ancora. Io credo che quando ci fossero stati tre giorni, non solo esalterebbero più la guerra, ma cercherebbero di concludere la pace al più presto, perché non è questione di morire, la morte di per sé stessa non sarebbe niente, ma il vedersi la morte tutti i minuti passare colla sua spettra falce a mezzo centimetro dalla gola è peggio ancora».

«E mentre marciavi con l’anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore».

Beppe Manetti sapeva a malapena leggere e scrivere, ma nei lunghi mesi in cui rimase al fronte, sul Carso, sentì il bisogno di annotare quasi quotidianamente i suoi pensieri. Sapeva bene di avere poche probabilità di riuscire a riabbracciare i suoi cari, e affidava al suo diario il compito di raccontar loro i suoi ultimi pensieri. «O essere umano, che troverai questo libretto, tu lo spedirai alla mia cara famiglia, in nome di Dio e di un morto, ti autorizzo se tu voi di prendere per tuo tutto ciò che io porto in dosso, ma questo libretto spediscimelo a questo indirizzo che io se posso pregherò per te per il favore che mi hai fatto». Con queste toccanti parole, messe in evidenza nella prima pagina, confidava nel buon cuore di chi lo avesse trovato. Nella sua semplicità non faceva distinzione del colore della divisa, si rivolgeva direttamente all’«essere umano».

«Sparagli Piero, sparagli ora, e dopo un colpo sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue, cadere in terra a coprire il suo sangue».

Una cosa accomunava il nostro Beppe al Piero della canzone. Il rifiuto interiore di dover sparare a un altro uomo, solo perché aveva «la divisa di un altro colore». «Ma a gettarle contro l’uno con l’altro, come se li omini fossero bestie ferocie, quello che penso dentro di me è questo, me, mi uccideranno, ma io non potrò avere il coraggio di uccidere un’altro, per quanto i nostri superiori ci dichino che sono nemici i governi ma no me, che non li conosco, neppure quello che ammazzerà me se questa sfortuna mi tocca». Ciò nonostante Beppe riuscì a tornare a casa con le sue gambe, accompagnato dai suoi preziosi diari. 

Morì nel 1974, a novant’anni, ma i suoi pensieri sono ancora vivi. 

Michele Turchi

 

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I diari di Giuseppe Manetti – dai quali sono estratti i brani sopra citati – sono stati pubblicati, per cura della nipote Cristina Chierchini, nel volume «Maledetta Guerra. Diario di un contadino al fronte», Pagnini Editore, 2008.

I brani in corsivo sono tratti dal testo de «La guerra di Piero», di Fabrizio de André (1964). 

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