BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

Toggle Bar

Lume al grano

lume-al-grano 265Foto: Silvano Guerrini. Rielaborazione M. TurchiFuoco. Fuoco luce calore. Fuoco sacro. Fuoco di paglia. Tornare bambino con la mente, la sera di Carnevale. Niente maschere, niente scherzi, coriandoli, stelle filanti. I campi del nonno, una torcia di paglia in mano, incendiata e fumante. Corse all’impazzata per i viottoli attorno ai campi, e quella nenia ancestrale, cantata all’infinito come uno scongiuro magico, come un rosario pagano:

Grano grano non carbonchiare
L’ultima sera di Carnovale
Siam venuti a luminare
Tanto al piano, tanto al poggio
Ogni spiga ne faccia un moggio
Un moggio e un moggiolino
Ogni spiga un panellino.


Retaggio di antiche culture pagane, la tradizione di «far lume al grano» era sopravvissuta in tempi moderni, nonostante la cultura contadina fosse legata in modo quasi morboso alla terra e ai valori cristiani. Ma proprio per questo legame con la terra si perpetuavano rituali atavici come questo, che aveva lo scopo di scongiurare il carbonchio, una malattia del grano che ricopriva le spighe di una polvere nera, simile al carbone, rendendolo immangiabile. 

Ma per noi bambini tutto questo non contava, non si sapeva, non importava. Era troppo bello correre per i campi di notte con in mano una torcia in fiamme. Una sensazione indescrivibile:

Grano, grano non carbonchiare
L’è la sera di’ Carnovale
Ti fo’ lume ma ’un ti brucio
Vo’ a casa e mangio i’ lucio.


Sì, perché il “lucio”, nome vernacolare del tacchino, era il piatto tipico del martedì grasso, prima di entrare nella quaresima, una lunga vigilia di quaranta giorni. 

Un altro fuoco chiudeva la quaresima, acceso dal parroco sul sagrato della chiesa prima di celebrare la messa di mezzanotte. Un altro fuoco sacro, un fuoco benedetto. C’era la tradizione che i ragazzi, la mattina di Pasqua, facessero il giro delle case con le braci di quel fuoco raccolte in una “cècia” di terracotta per accendere con un tizzone benedetto il “canto del fòco” e in qualche modo purificarlo.

Ricordi di un mondo lontano, eppure così vicino. Vissuto in prima persona. Gesti parole suoni colori odori che restano dentro. Gesti parole suoni colori odori che altri gesti parole suoni colori odori, del tutto diversi, non hanno cancellato. 

È il mondo dal quale vengo. Ma non è più il mio mondo.

Michele Turchi

Politiche

Facebook