BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Dante a Quarate

Michele Turchi racconta la storia di un singolare volumetto, scritto nella seconda metà dell'Ottocento da Raffaello Caverni, parroco di Quarate, che si sorprese non poco di riscontrare nel modo di parlare dei suoi parrocchiani contadini molte espressioni che si ritrovano nei versi della Divina Commedia.

Dante a Quarate

Dante è tornato improvvisamente di moda, in questi anni d’inizio millennio, tanto che persino Roberto Benigni ne ha fatto un cavallo di battaglia per i suoi monologhi. In pochi, però, ne conoscono a fondo l’opera e io stesso credo di non essere l’unico ad aver imparato ad apprezzarla dopo aver finito la scuola: l’essere obbligato a studiare per forza un certo canto non aiuta certo i ragazzi alla comprensione della poesia dantesca! Per avvicinare l’ampia mole e la complessità dei temi trattati dal Poeta è invece consigliabile cercare una chiave di lettura specifica. Le più sfruttate sono oggi quelle linguistica, storica, teologica, filosofica e perfino esoterica.

Torre di QuarateLa torre del palagio di QuarateQuarate è invece un piccolo borgo in Val d’Ema che conserva un certo fascino di medioevo, con l’antichissima torre – Luigi Torrigiani la definì «scapezzata e sconquassata dai fulmini» – solitaria in mezzo ai campi olivati, con il suo portale dal bellissimo arco ogivato. La caratteristica che però la rende unica sono le argentee fronde di un olivo che crescono rigogliose sulla sua sommità. Forse un seme portato da quei corvi che ancora ne sono unici inquilini, germogliato fra la poca terra portata dal vento. Lì vicino ecco la bassa e possente sagoma del palagio dei Quaratesi, con le possenti mura in filaretto e quel fascino arcano e un po’ misterioso che gli viene dalle sue origini tardo-dugentesche. E poi il piccolo oratorio, costruito sui resti di quella che fu la chiesa antica, prima che attorno al 1400 Bernardo di Castello Quaratesi facesse edificare l’attuale, lungo la strada.

Ma cosa c’entra Dante con Quarate?, direte. A scanso di equivoci è bene precisare che il titolo è un po’ beffardo e il Divino Poeta in questa piccola frazione ripolese molto probabilmente non c’è mai stato, forse neppure ne ha mai sentito parlare. Piuttosto è successo l’inverso. C’è stata una persona che proprio a Quarate ha trovato la sua personalissima chiave di lettura della Divina Commedia, e quella persona è don Raffaello Caverni, parroco dal 1871 al 1900 della chiesetta sotto il titolo di san Bartolomeo.

Personaggio davvero singolare questo don Caverni, che ai suoi compiti di pastore di anime affiancò con zelo le sue passioni di studioso di scienze e di lettere. Studioso dell’opera di Galileo e sostenitore della teoria darwiniana dell’evoluzione, pubblicò in sei volumi la Storia del metodo sperimentale in Italia e fu socio dell’Accademia dei Georgofili. Fu anche un grande appassionato di Dante e si sorprese non poco di riscontrare nel modo di parlare dei suoi parrocchiani contadini molte espressioni che si ritrovano nei versi delle tre cantiche dantesche e di altri autori del Trecento. Segno che nelle campagne persisteva un linguaggio che in città appariva arcaico e desueto già nell’Ottocento. Il Caverni ne fece alcuni articoli, che poi raccolse in un dizionarietto, Voci e modi nella Divina Commedia dell’uso popolare toscano, edito nel 1877.

Raffaello CaverniRaffaello Caverni (1837-1900), parroco di S. Bartolomeo a Quarate. Sulla destra il volume: "Voci e modi nella Divina Commedia dell’uso popolare toscano" (1877)

Tra le voci segnalate troviamo termini come “balenare” per lampeggiare, “buccia” per pelle, “zucca” per testa – i contadini sono soliti dire “in zucca” con il senso di senza cappello – e poi “cuore” per coraggio, “dare” nel senso di menare, “orbo” per cieco, “rezzo” per ombra, “grossa” per gravida. Troviamo che Dante dice “il bere” nel senso di bevanda, “acquatinta” per nevischio – voce ancora viva nel senese – e “amme” per amen. Usa “morto” per ucciso: «io fossi preso e poscia morto» (Inf. XXXIII), così come un tempo si diceva correntemente: «ho morto il maiale!», «ho morto la lepre!». Interessante anche l’uso di “quaderno” nel senso di libro dei conti, perché era proprio sul “quadernuccio” che il fattore annotava i conti del mezzadro.

Come si vede, spesso parole e verbi nell’uso popolare avevano un senso diverso da quello corrente. Si diceva “segare” il grano e non tagliare, così come “sega” le acque la barca del nocchiero Flegias che attraversa lo Stige (Inf. VIII). Il verbo “adorare” veniva usato in luogo di pregare, “avere” talvolta per dovere («tu hai da far le lezioni!», diceva la mamma al figlio svogliato) e “segnare” per benedire, nel senso di fare il “segno” della croce. Del resto in ambiente contadino era ben viva la pratica di ricorrere alle cosiddette “settimine” per ovviare a quei piccoli malanni che un sapiente uso delle erbe non riusciva a scongiurare. In questi casi si ricorreva al rito della “segnatura”, il cui culmine consisteva nel tracciare un segno di croce con un oggetto d’oro sulla parte malata.

Dante cita perfino termini del linguaggio infantile, come «il pappo e il dindi» (Purg. XI). Pappo sta per pane e dindi per soldi, ma chi non ricorda di aver detto da bambino parole come nénne, nanna, mimmi, cécce, cucco, tótto o micio?

Come i fiorentini di un tempo, poi, il poeta nominava immancabilmente il fiume Arno senza l’articolo e diceva “ad Arno” o “in Arno”, piuttosto che “all’Arno” o “nell’Arno”. Oggi questo fiorentinismo si è in gran parte perso. Sempre a proposito dell’Arno, Dante dice che “torce il muso”, sdegnoso, davanti ad Arezzo (Purg. XIV), e “a muso torto” è ancora voce che si sente dire.

Non potevano mancare riferimenti ai numerosi proverbi e modi di dire di cui è infarcito il linguaggio popolare. Il Caverni ne riscontra una ventina, tra i quali ci piace citare il celebre verso «amor, c’ha nullo amato amar perdona» (Inf. V), ispirato da “chi vuol essere amato convien che ami”. Ma anche quelli, citati quasi letteralmente: «nella chiesa coi santi, ed in taverna co’ ghiottoni» (Inf. XXII); «del diavol vizi assai, tra quali udi’ ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna» (Inf., XXIII); «perder tempo a chi più sa più spiace» (Purg. III); «poca favilla gran fiamma seconda» (Par. I); «saetta prevista vien più lenta» (Par. XVII); «come buon sartore com’elli ha del panno fa la gonna» (Par. XXXII).

Quelli citati sono solo pochi esempi a titolo esemplificativo, senza peraltro annotare i versi danteschi nei quali si trovano queste voci, cosa che invece don Caverni ha fatto puntualmente. Per i più curiosi non ci resta che rimandare al prezioso dizionarietto, ristampato grazie alla sensibilità di Giampiero Pagnini.

Michele Turchi

Pubblicato nel 2008 in: Il conto dei giorni. Raccolta di scritti in occasione dei cento anni di Adino Pagnini, a cura di Sara Pagnini, Firenze, Pagnini, 2008, pp. 133-136.  

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