BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Candeli. Estate 1944

Giovanni Dallai, architetto ed ex Consigliere comunale di Bagno a Ripoli, ricorda l'estate del '44 durante il passaggio del fronte a Candeli.

CandeliCandeli, le case alte prima del passaggio del fronte

Nel 1944 prima della loro ritirata i tedeschi avevano predisposto a Candeli due zone minate, la prima di fronte al circolo Lo Stivale, la seconda in prossimità del bivio per Vallina e Villamagna.

Le due interruzioni stradali avevano lo scopo di ritardare l'avanzata degli anglo-americani in riva sinistra d'Arno, sulla strada per Pontassieve, dando così tempo a chi le aveva predisposte di raggiungere la nuova linea difensi­va, la Linea Gotica, senza essere attaccati da vicino lungo il percorso.

Le due zone minate erano costituite ciascuna da una serie di scavi a sezione obbligata aventi ciascuno dimensioni sufficienti a contenere una scatola di cartone con dentro un quintale di candelotti di dinamite.

Gli scavi furono realizzati da uomini provvisti solo di picconi e badili, uomini che erano stati reclutati dai tedeschi mediante rastrellamenti nel territorio di Bagno a Ripoli.

Il lavoro coatto fu durissimo, svolto sotto la minaccia delle armi. Fui testimone degli scavi della seconda zona minata, quella in prossimità del bivio stradale, fra la bottega del macellaio, distrutta dall'esplosione, e gli edifici che si trovavano sul fronte opposto, quello verso la chiesa, che furono fortemente danneggiati.

Terminati gli scavi gli uomini non furono lasciati liberi ma inquadrati nella TOD, dovettero seguire i tedeschi e andare a lavorare sulla Linea Gotica che ancora doveva essere ultimata.

A presidiare le due zone minate furono comandati giovanissimi soldati tedeschi, erano poco più che ragazzi. Don Giovanni Coppoli, allora priore della Badia a Candeli, dissuase i partigiani locali dal progettare ed eseguire azioni di sabotaggio sulle due zone minate scongiurando così le probabili, per non dire sicure, ritorsioni sulla popolazione locale che sarebbero state ordinate dal Comando Tedesco.

Gli abitanti delle costruzioni che si trovavano vicine alle zone minate furono invitati ad allontanarsi dalle loro case la notte fra il 3 e il 4 agosto 1944. Io, mia madre e i miei nonni eravamo fra quelli.

Quella notte in cui fecero saltare i ponti di Firenze e anche i due tratti di strada a Candeli la trascorremmo nella stalla della casa colonica della famiglia Boninsegni, contadino della fattoria della Villa La Tana.

La mattina del 4 ci incamminammo per tornare a Candeli ma con sorpresa ci accorgemmo di essere rimasti al di là della linea difensiva predisposta dai tedeschi nella notte. Alcune persone pratiche del luogo si improvvisarono guide e con il loro aiuto, passando attraverso il bosco della Villa La Tana, riuscimmo a superare lo sbarramento difensivo tedesco e a rientrare nelle nostre case.

Arrivati a Candeli apprendemmo della morte di cinque persone: Raffaello Bocci, proprietario della cartiera che si trovava in riva all'Arno in località Le Caselle, all'estremità della pescaia, a poca distanza dal paese, Ferdinando Buccianti, Dario Ducci, un ragazzo di appena tredici anni, Gino Farina e Basilio Salvadori. Erano andati a curiosare sui bordi dei due crateri prodotti dalle esplosioni senza pensare che i tedeschi potevano aver posizionato sui loro bordi le mine antiuomo. A loro ricordo una lapide è stata apposta sulla facciata del circolo Lo Stivale.

Il cannoneggiamento sia dei tedeschi, che si trovavano sulla collina di Settignano con le loro bocche da fuoco mobili, sia degli inglesi, che avevano piazzato le loro batterie sulle colline di Antella, rese difficile il recupero delle cinque salme e la loro tumulazione, a questo si aggiunse il caldo agostano che produsse i suoi effetti devastanti sulle salme.
Presi fra due fuochi contrapposti trovammo ospitalità e rifugio io con i miei familiari ed altri abitanti di Candeli nei locali seminterrati della casa della famiglia di Ugo Seracini che gestiva in paese, sulla strada per Villamagna, uno di quei negozi forniti un po' di tutto. Un po' per fame, un po' per gola ricordo che salivo al piano del negozio e prelevavo ogni volta alcuni confetti che erano contenuti in un bocciane di vetro. Passammo in quegli ambienti diversi giorni. Furono i giorni in cui l'artiglieria inglese cannoneggiava le colline di Settignano e di Vernalese e il Monastero dell'Incontro fino a distruggerlo e quella tedesca che rispondeva con intensità decrescente dalla collina di Settignano.

Una notte un plotone di soldati inglesi con i loro caratteristici elmetti a padellino transitò attraverso i locali dove eravamo alloggiati per portarsi in posizione defilata dalla strada per Villamagna a quella per Vallina, volevano raggiungere l'Arno e attraversarlo. Il tentativo non riuscì. Dopo qualche ora il plotone riattraversò i locali per tornare al punto di partenza.

Sollecitato dalla fame, vincendo la paura, qualcuno la notte andava nei campi che si trovano sopra a Candeli a prendere le zucche gialle che i contadini avevano seminato assieme al granturco.

Cessato il cannoneggiamento sia da parte inglese che da parte tedesca uscimmo dai locali nei quali ci eravamo rifugiati per tornare nelle nostre case. Quando uscii, di fronte al negozio del Seracini, mi apparve un carro armato con un militare inglese con il busto fuori della torretta che dopo essersi insaponato la faccia aveva iniziato a radersi. La scena la ricordo ancora . Il soldato mi apostrofò con "child" e mi offrì una pastiglia bianca di "chewing-gum". Penso che entrambi fummo meravigliati dell'incontro ma contenti di esserci incontrati. Solo molto tempo dopo ho appreso cosa volesse dire “child” e capito in cosa consistesse lo chewing-gum offertomi che io all'istante pensai fosse un confetto, se pur di forma diversa rispetto a quelli che prendevo dal boccione del Seracini.

Una scena simile l'ho rivista nella scena finale del film di Benigni "La vita è bella" quando il bambino, uscito dal suo nascondiglio, vede venirgli incontro il carro armato. Il grado di drammaticità è certamente superiore nel film, dato il luogo in cui si svolge la scena, ma la meraviglia del bambino posso ritenerla uguale a quella da me provata.

La strada per Vallina fu ripristinata rapidamente. Con i metal-detector gli inglesi completarono lo sminamento attorno ai due crateri e con le pale meccaniche ripristinarono il livello stradale originario.

Ultimato l'intervento cominciò a transitare una colonna interminabile di camion ciascuno dei quali trainava a rimorchio un cannone. Il transito per Pontassieve continuò per l'intera notte. In seguito sempre gli inglesi demolirono il muro che delimitava il podere dello Staffi di fronte al circolo Lo Stivale e realizzarono una strada per raggiungere l'Arno ad Est della Villa La Massa dove montarono un ponte Bailey che permise loro di collegarsi con Il Girone e la S.S. 67 per Pontassieve. Il montaggio del ponte fu completato in una notte durante la quale si udirono i ripetuti colpi delle mazze sugli spinotti che servono per il premontaggio dei pannelli prima che questi vengano assemblati in maniera definitiva con i bulloni. Molti anni dopo quel tipo di ponte ho avuto l'occasione di montarlo anch'io durante il servizio militare di leva nell'Arma del Genio Pionieri.

L'edificio bianco che a Candeli chiamavano "Il Bastimento" per le sue linee semplici di architettura razionalista, tipica delle costruzioni del ventennio, si presentava al bivio per Vallina e Villamagna con una superficie curva. Non aveva subito danni dall'onda d'urto prodotta dall'esplosione forse proprio per la forma stondata che presentava verso di essa. Gli inglesi lo demolirono parzialmente perché ostacolava la manovra dei loro camion che dovevano girare attorno ad esso per raggiungere Vallina da Villamagna e viceversa. Con la demolizione, se pur parziale, l'edificio ha perso la sua caratteristica architettonica originaria, non ha più la superficie curva che lo caratterizzava.

Fra Candeli e Vicchio di Rimaggio si erano accampate le truppe indiane che combattevano al fianco degli inglesi. Erano gli indiani con i capelli lunghi e con in testa il turbante. Gli abitanti locali trovavano strano che si ungessero i capelli dopo esserseli lavati. Trovavano strano anche il timore, per non dire la paura, che dimostravano alla vista di corde con cappi, timore spiegabile con le loro credenze religiose. Non avrebbero avuto la possibilità di vivere una nuova vita se fossero morti per impiccagione perché morendo in tal modo l'anima non avrebbe avuto la possibilità di liberarsi dal corpo.

Giovanni Dallai

 

Tratto da: Giovanni Dallai, Ricordi, Tipografia artistica Fiorentina, Firenze 2010.

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