BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Cesare Grifoni: "Quella retata fatta al Ponte a Ema"

La guerra e l'opposizione al conflitto (parte 3/4), dal libro autobiografico di Cesare Grifoni "Sono nato e cresciuto a Ponte a Ema. Ricordi, episodi e storie di vita di un mugnaio" (Firenze, 2003).

Cesare Grifoni

«Il 3 giugno 1944 era sabato ed avevo ritirato dal Comitato dei volantini di propaganda da distribuire alla popolazione. Il tempo era piovoso e pensai di rimandare la consegna al giorno dopo, ma per stanchezza e distrazione riposi quel materiale, anziché nel solito posto sicuro dove mettevo le cose politicamente compromettenti, in una cassettina che tenevo sotto il letto. Fortunatamente mi vide mia sorella Roberta: io feci tranquillamente il bagno, ascoltai Radio Londra, mangiai quel poco che c'era ma, invece di andare a dormire nel magazzino come era mia consuetudine, fui convinto dal tempo e da quel lettino bianco in cui avevo perso l'abitudine a riposare e fui fregato.

La casa dove stavo, in via del Crocifisso, era abitata da noi e dallo zio Giulio, fratello di mia madre, con la famiglia. Quella notte lo zio Giulio lavorava nel mulino ed era abituato a venire a prendere un po' di caffè d'orzo o di ghiande durante il lavoro: per questo motivo veniva lasciata la porta d'ingresso aperta.

Alle 3,30 del mattino del 4 giugno mia madre sentì bussare alla porta, andò ad aprire e vide quattro poliziotti, due in montura e due in borghese, armati di mitra. Per prima cosa che dissero era che un uomo si era suicidato e io chiesi subito se fosse stato giovane o anziano al che mi venne risposto che era anziano, cosicché potei capire che non si trattava del mio amico perché lui era più giovane di me, e questa prima notizia fu per me di grande sollievo.

Difatti si seppe dopo che si trattava di un ex fascista che non voleva andare coi repubblichini e che aveva già ricevuto numerose lettere anonime con minacce se non fosse rientrato nel fascio. Quando lo andarono a prendere e sentì dire che era la polizia, colto dal panico prese un coltello da cucina e si uccise.

Due di quelli che erano venuti ad arrestarmi andarono alla casa del suicida e due militi rimasero da me. Cercai di consolare mia madre, le dissi di non piangere perché non avevo fatto niente di male a che pertanto mi avrebbero liberato subito e le chiesi, data l'ora, di preparare un po' di caffè d'orzo e invitai i militi ad entrare in cucina.

Mia sorella, anche se aveva solamente quattordici anni, capi al volo la situazione ed il rischio che stavo correndo e chiese, col pretesto della paura, di andare al gabinetto, andò invece in camera mia, prese dalla cassettina i volantini antifascisti e antinazisti e buttò tutto via. Quando tornarono gli altri due militi venne perquisita la casa ma non venne trovato niente solo, osservando su quale stazione era sintonizzato l'apparecchio radio, si accorsero che era stata ascoltata Radio Londra.

Mi arrestarono e mi portarono al ponte sull'Ema dove sostava il camion che doveva portarci via e solamente in quel momento mi accorsi che tutti gli arrestati, tranne il sottoscritto, erano ex fascisti.

Si venne portati a Villa Triste, sulla via Bolognese, sede delle SS tedesche e della banda Carità e condotti nelle cantine che servivano da prigioni e da stanze per gli interrogatori. Qui incontrai una guardia carceraria alla quale erano state strappate le unghie perché non aveva voluto dire a chi aveva consegnato un bigliettino di un detenuto politico che era già stato deportato in Germania. Una giovane ebrea si era data fuoco ai vestiti per non parlare.

Dopo due giorni tutti gli arrestati al Ponte a Ema erano fuori tranne me. Tre giorni dopo l'arresto venni interrogato e mi fu chiesto se sapevo chi avesse buttato la statua di Arnaldo Mussolini di sotto dalla casa del fascio di Ponte a Ema. Io risposi che non lo potevo sapere perché non c'ero ed alla domanda su dove fossi stato in quel momento risposi che ero in carcere, cosa verissima e che anche loro sapevano bene.

A questo punto mi venne chiesto, per deridermi, se ero in carcere perché avevo rubato dei polli ed io ribattei che ero stato messo in carcere perché ero contro la guerra e che anche mio padre era morto per via della guerra. L'interrogatorio finì qui: mi presi del traditore perché essere contro la guerra significava, per i fascisti, essere dei traditori.

Quella volta me la cavai con una tirata d'orecchi e fui riportato alle Murate, questa volta anziché alla quinta, dove stavano i detenuti comuni, alla seconda sezione, in via dell'Agnolo, dove faceva servizio la polizia politica. Durante quei dieci giorni ebbi modo di vedere che fine si faceva lì: due volte la settimana, verso le 23,00 arrivava un camion tedesco a prendere i detenuti politici per trasportarli in Germania. Aspettavo il mio turno, ma non venne.

Il 17 giugno mi sentii chiamare dallo sportellino della cella, mi venne aperta la porta e mi venne detto di uscire. Sul ballatoio vidi Lisindo Selmi, segretario del maggiore Carità, che io conoscevo bene perché abitava alle Cinque Vie. Mi disse che non ero stato deportato in Germania perché era stato lui a chiedere a Carità di risparmiarmi, che sarebbe stato più tranquillo al Nord, dove stavano per scappare, se io fossi rimasto al Ponte a Ema e mi fossi occupato di sua madre. Lo ringraziai, gli promisi che me ne sarei occupato anche se, lo rassicurai, ero sicuro che nessuno le avrebbe fatto del male. Io rispettai la promessa, andai alle Cinque Vie e parlai con delle persone che mi dissero: "Oh Grifoni, ma non siamo mica come loro, quella povera donna non ha colpa se ha fatto un figliolo poco di buono" e così infatti andarono le cose. Lui andò al Nord e dopo non ne abbiamo saputo più nulla.

Su tutta la faccenda mi è comunque rimasto un dubbio: siccome quella retata fatta al Ponte a Ema portò in galera tutti fascisti, che uscirono dopo due giorni, tranne me, può essere che il tutto sia stato organizzato dal Selmi per lasciare una impronta di generosità nel suo paese e di garanzia verso sua madre?»

Cesare Grifoni

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FOTO: Un gruppo di amici del Ponte a Ema, molti dei quali compagni di carcere di Cesare: Rolando Del Bono, Sergio Del Bono, Siro Berchielli, Alvaro Sbolgi, Cesare Grifoni, Tullio Fiani (foto e didascalia tratte dal libro di Cesare Grifoni, "Sono nato e vissuto a Ponte a Ema. Ricordi, episodi e storie di vita di un mugnaio", Firenze, 2003.

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