BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Cesare Grifoni: "Una bandiera rossa in cima al grande pino"

La guerra e l'opposizione al conflitto (parte 2/4), un capitolo dal libro autobiografico di Cesare Grifoni "Sono nato e cresciuto a Ponte a Ema. Ricordi, episodi e storie di vita di un mugnaio" (Firenze, 2003).

bandiera rossa 900

«Ventitré anni di fascismo avevano distrutto le basi della democrazia e prodotto paura e assuefazione a quella cultura; l'opposizione era stata combattuta con il carcere e con il confino, quando non era stata l'emigrazione a fornire l'unica possibilità di sopravvivenza agli oppositori. E solo sparuti gruppi di cittadini che non si erano piegati di fronte al fascismo furono in grado di creare gruppi di resistenza per il riscatto del nostro Paese.

Anche io avevo fatto parte di quei gruppi: invogliando la gente a non abbassare la testa ma cercando in ogni modo di rendere difficile la vita all'esercito tedesco che aveva liberato Mussolini dal carcere e assieme al generale Graziani costituito la Repubblica Sociale Italiana con un esercito al servizio dei tedeschi e con il solo scopo di eliminare qualsiasi forma di ribellione popolare e per combattere i partigiani.

Anche noi a Ponte a Ema avevamo creato un comitato antifascista per aiutare i giovani che non si volevano arruolare nell'esercito salotino e che volevano raggiungere le brigate partigiane, oppure prigionieri russi o slavi, evasi dai campi tedeschi, che volevano anch'essi raggiungere le formazioni partigiane e venivano condotti a destinazione con la guida delle nostre staffette.

Si ascoltavano le trasmissioni clandestine che davano informazioni sui lanci di rifornimenti e di armi alle brigate partigiane perché si preparassero a ricevere il lancio. Ci veniva richiesto di informare la popolazione che segnalasse alle truppe alleate dove erano state piazzate le mine, e noi queste cose si scrivevano sui muri, così si sarebbero evitati danni e vittime.

Eravamo vicini al 1° maggio del 1944 e il nostro comitato antifascista, dopo una lunga discussione sui rischi e sulle conseguenze che poteva avere per la popolazione un'iniziativa del genere, decise di festeggiare la festa del lavoro issando una bandiera rossa in cima ad un grande pino, visibile da tutte le parti, posto di fronte al comando tedesco di zona. Venne anche deciso che solamente i più giovani, cioè i più idonei fisicamente, avrebbero compiuto quella operazione e siccome i più giovani eravamo Marcello e io, toccò a noi. La preparazione non fu semplice e si dovettero prendere una serie di precauzioni.

Per prima cosa si fece un sopralluogo per vedere da dove sarebbe stato meglio arrivare senza essere visti, per seconda cosa si calcolò quanti metri di spago ci sarebbero voluti per sollevare la bandiera da terra fino al posto dove andava messa, poi si pensò di portare un seghetto per tagliare un querciolo e fare l'asta della bandiera. Dette oggi sembrano tutte cose semplici, ma i pericoli erano molteplici e non si potevano neppure calcolare bene i rischi nostri e della popolazione.

Preparare lo spago non fu facile perché erano necessari molti metri e comprare un gomitolo di spago di una certa grossezza in un negozio ci avrebbe esposti al rischio di essere facilmente individuati. Allora si pensò di raggranellarlo in più maniere invitando tutto il comitato a raccogliere dei pezzi di spago e si raccattarono anche quelli al mulino che venivano usati per chiudere le balle di grano: tutto si svolgeva all'insaputa delle famiglie, che ce lo avrebbero proibito.

Mi ricordo che quell'anno il primo Maggio venne di lunedì e la domenica, senza farmi vedere, preparai dei vestiti da lavoro, li misi in un sacco e li nascosi in una macchia. Dato che per paura di essere di nuovo arrestato dormivo spesso in magazzino, da dove era facile scappare, quella sera, dopo avere cenato in famiglia, me ne andai via normalmente ma invece di andare a dormire mi incontrai col mio amico nel punto stabilito dove avevamo raccolto tutto il materiale per l'operazione.

Alle 23,30 del 30 aprile cominciò la manovra: per prima cosa ci si cambiarono i vestiti, poi con il seghetto si fece l'asta, gli spaghi erano già stati legati insieme in precedenza e ora erano sul posto, avevo anche legato un contrappeso ad una estremità dello spago per spedirlo a terra quando fossi arrivato al punto giusto mentre l'altro capo doveva essere legato alla cinghia dei pantaloni. Il tutto stava in una tasca.

Decisi di provare ad arrampicarmi, mi levai le scarpe, si legò la bandiera al ramo, abbracciai il pino e cominciai ad arrampicarmi reggendomi alla corteccia. Mi venne una forza da leone e arrivai facilmente alla parte del tronco dove cominciavano le ramificazioni, che era il posto dove avevamo deciso di mettere la bandiera rossa. Con le gambe abbracciavo il tronco dell'albero, col braccio sinistro mi arreggevo a un ramo, col destro calai lo spago a terra e il mio amico legò il ramo che io issai sul pino ed ebbi anche la fortuna di trovare due rami che si incrociavano e che mi servirono per sostenere l'asta mentre la legavo.

Fu un primo maggio di sole e quella bandiera sventolava e tutta la gente che transitava sulle strade guardava e commentava stupita l'avvenimento. Ma l'avvenimento fu visto anche dal comando tedesco posto a villa Sordi che in un primo tempo pensò fosse opera dei partigiani poi, visto che la zona era troppo scoperta, cambiò parere e rivolse l'attenzione sull'abitato del Ponte a Ema. I tedeschi effettuarono un immediato rastrellamento in paese ma gli abitanti, accortisi del pericolo, si allontanarono dalle case e nel paese rimasero solamente dei vecchi ed alcuni malati per cui il rastrellamento non ebbe esito.

Più tardi sei soldati tedeschi, armati e muniti di ramponi, si avviarono sulla collina di Fattucchia a togliere la bandiera, ma intanto lo scopo era stato raggiunto e il significato di quel gesto era stato chiaro per tutti.»

Cesare Grifoni

Politiche

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