BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Cesare Grifoni. Una famiglia antifascista

La guerra e l'opposizione al conflitto (parte 1/4), dal libro autobiografico di Cesare Grifoni "Sono nato e cresciuto a Ponte a Ema. Ricordi, episodi e storie di vita di un mugnaio" (Firenze, 2003).

cesare grifoni

Cesare Grifoni, venuto a mancare lo scorso 3 novembre 2013, era nato a Ponte a Ema il 28 agosto 1923. Figlio di mugnai, (la famiglia Grifoni si dedica a questa attività fin dal '300), Cesare pratica tanti mestieri diversi: imprenditore, operaio alla Galileo, ferroviere. Contemporaneamente è impegnato nella gestione del mulino (“la prima industria operante nella zona”, scrive) e di un frantoio: in entrambi casi, è un costante innovatore di macchinari e processi produttivi.

Il suo approccio all'antifascismo avviene in maniera autonoma, tramite la fondazione, insieme a “diciannove giovani di Firenze e provincia di età compresa fra i 18 ed i 22 anni”, della Sirli, Società Italiana Rivoluzionaria Libera Italia. È l'ottobre del 1942. Seguono poi l'arresto, la detenzione a Villa Triste, gli anni della guerra e, nel 1946, l'avvicinamento all'Anpi. Sarà Consigliere Comunale di Bagno a Ripoli dal 1964 al 1970 e Assessore dal 1970 al 1975, sempre nel mandato amministrativo del Sindaco Bruno Cocchi.

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«Siamo nel 1940, il 10 maggio scoppia la seconda guerra mondiale, la guerra lampo di Hitler che durerà più di cinque anni e provocherà decine di milioni di morti senza considerare le distruzioni. Il popolo italiano fu ridotto alla fame e dopo l'8 settembre 1943 si trovò anche sotto il giogo tedesco, e io non sopportavo quella situazione creata dal fascismo e tante volte non riuscivo a stare zitto e anche in officina dicevo il mio parere col rischio di fare una fine poco buona.

Nel reparto in cui lavoravo c'era un operaio fascista, un certo Paschi, che spesso, sentendo quello che dicevo, mi riprendeva minacciandomi di riferire a chi di dovere, e allora io lo ringraziai per non averlo fatto. Se queste cose vengono risapute, mi diceva, ne vò di mezzo io perché non ho riferito, al che io mi scusavo dicendo che si era di opinioni diverse ma che lui si dimostrava un galantuomo perché non voleva farmi del male.

La guerra intanto aveva coinvolto anche Stati Uniti e Unione Sovietica, mancavano i prodotti alimentari, la benzina era razionata, la sera era iniziato l'oscuramento, il malcontento era sempre più tangibile, il fronte sembrava non doversi più muovere, la guerra era diventata una guerra di logoramento. Un gruppo di diciannove giovani di Firenze e provincia di età compresa fra i 18 ed i 22 anni si organizzò in una associazione antifascista che si chiamò SIRLI (Società Italiana Rivoluzionaria Libera Italia) che iniziò ad operare nell'ottobre del 1942 e le riunioni clandestine si svolgevano in un posto detto "casina delle fate", un edificio tardo cinquecentesco posto sulle pendici della collina di Fattucchia. Una associazione nata non da una maturità politica, che non avevamo, ma dalla voglia di opporsi ad un regime che ci stava portando alla rovina. Non eravamo in contatto con nessun'altra associazione o partito antifascista, la nostra azione la decidevamo da soli e fu di scrivere sui muri frasi contro la guerra, contro Mussolini, contro l'Asse Roma-Berlino.

Questa insufficienza politica si dimostrò quando uno di noi, non rendendosi forse conto della gravità del suo atto, che metteva a rischio la vita di tutti, ci denunciò ai fascisti e la sera del 30 marzo 1943 fui arrestato: entro i successivi quattro giorni fummo tutti arrestati e denunciati prima alla Questura di Firenze e poi al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.

La sera prima dell'arresto fui chiamato al fascio di Ponte a Ema dal segretario dott. Vezzani, preso a schiaffi e offeso di tutti i titoli, mi intimò di presentarmi la mattina seguente al circolo fascista alle ore 8 perché lui stesso mi avrebbe portato in Questura, all'ufficio politico del dott. Zante. La mattina mi presentai, fui portato in Questura, interrogato e messo in cella di isolamento per cinque giorni, fino a quando tutti i miei compagni non vennero arrestati e interrogati. Dopo di che si fu tutti trasferiti al carcere delle Murate, Sezione Quinta, messi di nuovo in cella di isolamento e tenuti a disposizione della Questura.

Le condizioni del carcere erano disumane: la cella era una stanzina di 3 metri per 2,20, con una finestrella coi vetri rotti, per letto un materasso riempito con le foglie di granturco, il gabinetto era un vaso mezzo rotto, con il coperchio di legno, messo in un angolo; una brocca di terracotta serviva per bere e una ciotola di terracotta per mangiare, le posate erano costituite da un cucchiaio di legno rifinito da quanti ci avevano mangiato prima e la notte, per amiche, le cimici che ci morsicavano. Il pasto quotidiano consisteva in una brocca d'acqua, una pagnotta e una ciotola di cavolo con un po' di riso. Questo era ciò che passava lo stabilimento carcerario delle Murate nella città di Firenze nel 1943.

Nel mese di giugno di quello stesso anno si venne messi a disposizione del Tribunale Speciale e venne ad interrogarci un giudice fascista da Roma. Si venne interrogati uno alla volta: quando fu il mio turno e le guardie mi portarono dal giudice, questi mi chiese di salutarlo romanamente al che io risposi che, visto che ero in carcere per antifascismo, era per lo meno curioso chiedermi di salutare alla maniera fascista.

In galera si poteva leggere solamente la Gazzetta dello Sport e per le altre notizie c'era il Bollettino di Guerra, si poteva scrivere solamente una volta alla settimana e la nostra posta, sia in arrivo che in partenza, era tutta censurata. Le visite dei familiari furono vietate per i primi tempi e poterono riprendere solamente dopo il nostro deferimento al Tribunale Speciale, con cadenza quindicinale e mai a faccia ma a grata. Si sapeva che le visite ai detenuti politici erano pericolose per chi ci veniva a trovare e per questo motivo durante il periodo di detenzione vennero a trovarmi solamente mia madre e il mio cugino Carlo, che non finirò mai di ringraziare per quello che ha fatto per me e per la mia famiglia nei momenti più difficili.

Però anche stando in carcere si riusciva ad intuire qualcosa di come stavano andando le cose. Intanto eravamo stati arrestati alla fine di marzo del 1943 quando lo scacchiere mondiale della guerra si era già messo male per le forze dell'Asse (devo qui rammentare che io, e non certo solamente io, ascoltavo Radio Londra e quindi sapevo delle sconfitte del fascismo e del nazismo, e poi avevamo imparato ad interpretare i bollettini di guerra e si sapeva che quando si parlava di 'ritirate strategiche' voleva dire che l'esercito era in ritirata e basta).

Nell'Italia settentrionale proprio in quel mese c'era stata una forte ondata di scioperi (marzo 1943), nemmeno quattro mesi dopo gli Alleati sarebbero sbarcati in Sicilia (primi di luglio) ed avrebbero iniziato a risalire la Penisola. Quello che si capiva lo si deduceva dall'atteggiamento delle guardie carcerarie che erano diventate sempre più disponibili ad accogliere certe nostre richieste, era nata una maggiore confidenza e questo ci faceva capire che le cose, dal loro punto di vista, si stavano mettendo male.

La sera del 25 luglio 1943, verso le 23, mentre la città era tutta al buio per l'oscuramento, si cominciò a sentire gente per le strade che gridava: "Fuori i detenuti politici", "Il Duce è caduto", "E' caduto il Fascismo", "Viva la pace". Fu per noi una serata memorabile che non si può dimenticare. Ma non avendo informazioni sicure si viveva nell'incertezza dell'accaduto e la mattina del 26 luglio, quando venne la guardia a battere col ferro sulle inferriate della finestra per sentire dal suono se erano state manomesse, gli chiesi cosa fosse successo e lui mi rispose che per sicurezza non poteva parlare, ma si capiva benissimo che le cose stavano cambiando.

Il giorno successivo quando ci fu, come sempre, l'ora d'aria, tutti noi detenuti antifascisti ci si rifiutò di rientrare nelle celle perché il Fascismo era caduto e non aveva più senso che noi si dovesse rimanere in carcere. Per tutta risposta il Direttore del carcere chiamò la polizia che intervenne con violenza per riportarci nelle celle e mi ricordo bene che in quei giorni anziché liberare i prigionieri politici venivano arrestati nelle proprie abitazioni altri noti antifascisti, come Guido Cappelli, zio della mia futura moglie, antifascista schedato, quando lo incontrai in carcere ebbi anche lo spirito di scherzarci sopra e di chiedergli il perché l'avessero arrestato un'altra volta (il suo nominativo era compreso negli elenchi delle persone pericolose in linea politica da arrestare in determinate circostanze, e lui con questa storia era già stato più volte messo in galera) e lui, con la sua solita calma, si augurò che fosse l'ultima.

Per farla breve noi si venne liberati 23 giorni dopo la caduta di Mussolini e del fascismo, il 19 agosto 1943, su richiesta degli Alleati che posero la liberazione dei detenuti politici tra le condizioni preliminari da assolvere per giungere alla firma dell'Armistizio. Mio cugino Carlo venne a prendermi al carcere per portarmi a casa, per prima cosa fu fatta la mia disinfezione, poi venne un bel bagno salutare, furono bruciati tutti i miei indumenti, fatti barba e capelli per restituirmi un aspetto civile.

Mio cugino Carlo si interessò di cercarmi un lavoro e non fu difficile, in quel periodo e in quelle circostanze, per la SAMOT dare lavoro a uno che aveva subito il carcere perché antifascista. Io avevo cominciato ad ascoltare Radio Londra fino dal 1942, che ci informava della situazione militare e politica.»

Cesare Grifoni

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