BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

Toggle Bar

Gino Bartali nel libro dei Giusti

Gino Bartali, il grande campione di ciclismo di Ponte a Ema, e' stato dichiarato Giusto tra le nazioni da Yad Vashem, il sacrario della Memoria di Gerusalemme: Bartali, ''un cattolico devoto, nel corso dell'occupazione tedesca in Italia ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l'Arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa''.

bartali

''Questa rete ebraico-cristiana, messa in piedi a seguito dell'occupazione tedesca e all'avvio della deportazione degli ebrei – prosegue Yad Vashem – ha salvato centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati dai territori prima sotto controllo italiano, principalmente in Francia e Jugoslavia''. Bartali ha agito ''come corriere della rete, nascondendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, tutto con la scusa che si stava allenando. Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiutare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto''.

Ginettaccio non ha mai raccontato molto di questa storia: “il bene si fa ma non si dice e certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”. Una breve pagina la si ritrova in una sua biografia, curata da Marcello Lazzerini e Romano Beghelli.

Lo avevo conosciuto in casa del conte Marte Losego a Ponte di Brenta, ne1937. Era stato lui a benedire la statuina che avevo portato in dono al mio caro amico per ricambiare il piccolo altare che mi aveva dato in memoria di mio fratello Giulio. Monsignor Nicolini era una figura meravigliosa. È morto a 96 anni nel 1973. Ora riposa nel Duomo di Assisi, dove è stato trasferito dal cimitero di Villazzano nel Trentino, suo paese di origine. Porto sempre con me, nel portafogli, la sua immagine. E quando passo da quelle parti mi fermo a pregare dov'era la sua tomba.

I documenti da consegnare ad Assisi, nella Abbazia di San Damiano, dove mi incontravo col vescovo e con padre Ruffino, mi venivano dati dall'amico Berti che li riceveva dal cardinale Elia Dalla Costa, direttamente o tramite Marte Losego. Li prendevo dal negozio di Emilio Berti e li portavo ad Assisi e a Roma. Qui li consegnavo al professor Paschetta, alla libreria Ave che li avrebbe inoltrati in Vaticano.

«Berti, è roba che "scotta" questa che mi consegni? »
«Si».
«Allora non mi devi dire niente. Non voglio sapere cosa c'è, perché se mi prendono non voglio giurare il falso».

Lo seppi naturalmente dopo quando le missioni erano state tutte compiute. In quei piccoli plichi c'erano documenti e carte di identità con nomi falsi in modo da consentire agli ebrei nascosti ad Assisi o in Vaticano di lasciare il Paese raggiungendo i territori liberati.

Nascondevo quella "roba scottante" dentro la canna della bicicletta fermandola con del sughero. In una delle varie missioni, quella volta in treno, scampammo per poco io e Paschetta, ai bombardamenti che colpirono la Libreria Vaticana. Eravamo proprio in Piazza San Pietro.
Per coprire le mie galoppate in bicicletta verso la città di San Francesco, mio cugino Armando Sizzi andava a Milano e spediva le cartoline con la mia firma al Comando Militare. Bisognava agire d'astuzia per salvare la nostra pelle e quella di altre persone in pericolo.

Naturalmente dovevo muovermi indossando la camicia nera poiché quella era la divisa dei militi della strada e il congedo non l'avevo ancora avuto. Mi consideravano uno di loro. E per questo mi ricercavano.

Ricordo che una volta, grazie a quella camicia che mi consentiva di muovermi più facilmente di altri, aiutai a fuggire 49 inglesi rifugiati a Villa Selva al Ponte a Ema. Furono i partigiani della zona a chiamarmi. Il mio amico Giorgio, detto il Mensola mi disse:

«Gino, mettiti la camicia nera e vai a prendere quella gente che sai, portala da noi. C’è un rastrellamento in vista, dobbiamo salvarli... »

Non persi un istante. Andai a prelevarli e li condussi per strada e attraverso i campi fino a San Marcellino dove si trovava appunto una postazione partigiana. Avrebbero trovato loro il modo di metterli in salvo. È un episodio che ricordo con piacere. Erano tempi terribili quelli, ma il senso del dovere e della solidarietà umana erano sentimenti ben presenti dentro di noi."


Tratto da: Marcello Lazzerini, Romano Beghelli, La leggenda di Bartali, Firenze, Ponte alle Grazie, 1992, pp.117-119.

Politiche

Facebook