BATH ON THE RIVER – Storie e Politiche dal territorio di Bagno a Ripoli

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Fast Fast Food. Cibo e agricoltura al tempo del coronavirus

Cosa significa consumare suolo agricolo? Cosa comporta dipendere da altri Paesi per l’approvvigionamento alimentare? E nel caso, quali garanzie possiamo avere sulla qualità del cibo e sulla sua sostenibilità sociale e ambientale? E con quale sicurezza se un virus stravolge i commerci internazionali?

Fast Fast Food
 

Quanto zucchero posso mettere nel caffé? In questi giorni di quarantena sono aumentati i nostri problemi di sovra-alimentazione, insieme a quello della malnutrizione in tanti Paesi del Sud del Mondo. Due facce della stessa medaglia, entrambe conseguenza delle nostre scelte alimentari, delle risposte che diamo a domande come: Quanto cibo posso buttare ogni giorno nella spazzatura? Dovrei camminare fino al mercato per comprare verdure locali?

  

“Con una buona spesa posso cambiare il mondo?”

Il valore delle scelte individuali lo ha sottolineato anche Coop con l’ultima campagna di marketing che recita: “Una buona spesa può cambiare il mondo”. Purtroppo, come dichiarato da altri slogan come “Qualità e convenienza” (Coop), “Bassi e fissi” (Conad),Sotto e freschi” (Carrefour), la vera strategia di marketing della GDO (Grande Distribuzione Organizzata: ipermercati, supermercati, superette) – attraverso cui passa oltre il 70% degli acquisti alimentari – è l’abbassamento dei prezzi al consumatore, strategia che ha evidenti ricadute sociali ed ambientali.

Se i prodotti sono a basso costo, alla fine ne risente la qualità: perché l’industriale che vende al ribasso alla GDO si rifarà sull’agricoltore. E quest’ultimo cercherà in tutti i modi di aumentare le rese, usando sementi più performanti e aumentando l’uso di sostanze chimiche (pesticidi, fertilizzanti e conservanti). E il basso prezzo dei prodotti alimentari sarà un’illusione, dal momento che li pagheremo con suoli degradati, inquinamento delle acque, abbandono dei terreni non competitivi, disboscamenti...

Una buona spesa può cambiare il mondoOlio extravergine di oliva, nuovo raccolto, a 4,18 euro il litro... Come cambia il mondo con una spesa sottocosto? Forse con l'olivicoltura di Bagno a Ripoli abbandonata per il 60%? (dati CIA Toscana).

 

“Sono disposto a pagare un extra per la pomarola a km zero?”

Dietro ogni mela biologica, ogni pane di grani antichi, ogni buona bottiglia di olio extravergine vi è sempre, immancabilmente, un pezzo di suolo fertile con il relativo lavoro agricolo e il suo costo. Multinazionali e supermercati hanno invece spostato l'origine dei prodotti alimentari dalla dimensione locale a quella di “cibo da nessun posto” (food from nowhere), creando nella nostra società una sensazione diffusa di facile ed economico accesso al cibo. Da qui è nata l’idea di poter fare a meno dell’agricoltura e dei terreni fertili, sempre più spesso cementificati.

Finora la globalizzazione ha mitigato il problema della nostra sicurezza alimentare consentendo, attraverso il mercato internazionale, un agile approvvigionamento dei beni di consumo. Il sistema, tuttavia, non considera la fragilità di catene produttive così lunghe davanti ai cambiamenti portati dal riscaldamento climatico (siccità, riduzione delle rese agricole, etc.) o alle crisi internazionali portate da guerre o virus pandemici. Né tiene conto dell’incremento demografico dei Paesi emergenti a cui sono state demandate le produzioni a basso costo, o delle rivolte dei movimenti contadini nel Sud del mondo (come la Via Campesina) che rivendicano la propria Sovranità Alimentare: cioè il diritto di proteggere i produttori locali da importazioni a basso costo; il diritto che terre, acqua, sementi e bestiame siano nelle mani di chi produce il cibo e non delle multinazionali; il diritto di dare priorità alla produzione alimentare per il proprio consumo. Sembra paradossale, ma chi produce il cibo che quotidianamente portiamo sulle nostre tavole spesso non ha cibo a sufficienza per nutrirsi in modo adeguato.

Il valore delle coseOgni volta che compriamo una banana solo il 3% di ciò che paghiamo va a chi ha lavorato la terra. Per alcuni prodotti, come il tè indiano e i fagiolini del Kenya, i salari medi dei piccoli agricoltori e dei lavoratori risultano inferiori del 50% di quanto sarebbe necessario per uno standard di vita sobrio ma dignitoso (Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, 2012).

 

“Devo fare una scorta di pasta?”

L’attuale pandemia ha messo in luce un altro limite della globalizzazione spinta: la fragilità di una catena così lunga di fronte a shock come quello causato dal COVID-19. Non abbiamo infatti alcuna garanzia che i circuiti di approvvigionamento alimentare possano resistere per un tempo molto lungo. "Se questa situazione attuale emergenziale dovesse persistere – ha dichiarato Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare –, fra uno o due mesi potremmo correre il rischio di non importare quei prodotti che non produciamo abbastanza, come carne e latte e soprattutto cereali. Il nostro Paese importa quasi il 50% di grano (tenero o duro) che serve per fare il pane, la pasta, i biscotti, i dolci o i prodotti da forno".

Diversi Paesi produttori di cibo hanno ridotto le loro vendite all'estero per garantirsi l'autosufficienza. Secondo un articolo di Bloomberg, il Kazakistan ha bloccato le esportazioni di farina, carote, patate e zucchero. Il Vietnam ha sospeso la stesura di nuovi contratti per le vendite di riso. La Russia (il maggiore produttore di grano del mondo) e gli Stati Uniti stanno frenando le esportazioni per accumulare riserve strategiche. I prezzi di cereali e soia, la base dell’alimentazione mondiale, stanno salendo: l’Australia, uno dei sette grandi produttori mondiali di cereali, con gli incendi di quest’anno ha perso il 50% del raccolto, mentre in Argentina è stata introdotta una tassa sull’export agricolo di soia, che ne limita la disponibilità sui mercati internazionali. 

Le conseguenze peggiori potrebbero verificarsi in Africa, dove una variazione del prezzo dei cereali è in grado di provocare carestie, alle quali seguono immancabilmente: “rivolte del pane”, instabilità politica, autoritarismo, migrazioni. Non sono i barconi a portare i virus, ma i virus a portare in Europa l’immigrazione.

 

“Devo consumare meno carne?”

Il pericolo principale è pensare al coronavirus come un incidente casuale e senza causa. Bisogna invece guardare alla trasformazione economica della Cina che ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell'allevamento delle specie selvatiche – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito “ufficiale” (tra alimentazione e medicina tradizionale cinese si tratta di un giro di affari di oltre 7 miliardi di dollari per un milione di posti di lavoro). I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. 

Possiamo prendercela con il virus o con le strane usanze cinesi, ma la verità è che il consumo di suolo, la deforestazione e la distruzione degli habitat naturali hanno “liberato” virus che prima convivevano con gli animali selvatici in un ambiente separato dall’uomo. In particolare l’allevamento e le colture per l’alimentazione animale, utilizzando il 70% dei terreni agricoli, sono causa di ampie deforestazioni e aumentano esponenzialmente il rischio di contatto e di trasmissione di virus ospitati da animali selvatici.

Foresta degradata e diffusione dei virus"Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”, David Quammen, Spillover.

 

“Saranno buoni quei fagiolini prodotti in Kenia?”

La catena dei devastanti effetti del consumo di suolo è planetaria, e la distanza con la decisione urbanistica del Sindaco di un piccolo comune come Bagno a Ripoli è più corta di quanto siamo convinti. Il consumo di suolo e la conseguente riduzione della produzione agricola italiana è il risultato infatti della sommatoria di oltre 8000 sottrazioni di aree agricole, tante quanti sono i Comuni italiani. Questi – lasciati senza controllo da Regioni e Città metropolitane in nome dei principi di autonomia locale e di sussidiarietà, e privi di una cultura positiva sul valore del suolo che non sia la rendita – consumano suolo agricolo per fare cassa con gli oneri di urbanizzazione; per incapacità a respingere le domande di edificazione che provengono da ambienti vicini alle cerchie amicali, familiari, politiche o professionali; per incapacità a produrre alternative valide.

Le nostre amministrazioni diventano così responsabili di un doppio consumo di suolo, il proprio e quello di altri Paesi (in Sud America, Africa ed Asia) dove si è spostata la produzione agraria che noi non siamo più in grado di fare, e che hanno trasformato e disboscato aree naturali in allevamenti ed aree agricole (quindi con perdita di biodiversità e con gravi effetti sul clima) per produrre carne, cereali, soia, canna da zucchero, etc. necessari in Europa. 

Previsioni urbanistiche sul Pian di RipoliUn vincolo ministeriale presente sul Pian di Ripoli imporrebbe di "tutelare integralmente le relittuali aree agricole/incolti di pianura" (D.M. 28/10/1958).

 

“Al posto di quel campo di patate, non si potrebbe ampliare il parcheggio del supermercato?”

Dagli anni ‘70, la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) italiana – che comprende seminativi, orti familiari, arboreti e colture permanenti, prati e pascoli – è diminuita del 28%, perdendo una superficie equivalente a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme. Attualmente l’abbandono riguarda la porzione più ampia dei terreni sottratti all’agricoltura, tuttavia la cementificazione desta maggiori preoccupazioni essendo irreversibile e con elevato impatto ambientale. 

In base ai dati del 6° Censimento Agricoltura del 2010, la Superficie Agricola Utilizzata di Bagno a Ripoli è di 2907 ettari, per lo più in collina e destinati a olivo e vite. Di questi ettari solo 298 sono a seminativo: si tratta dei terreni migliori sia in termini di produttività che di localizzazione. E sono proprio quelli che andremo a sacrificare, come il Pian di Ripoli: quelli fertili, pianeggianti, dotati di infrastrutture e di facile accesso perché situati ai margini degli insediamenti urbani. 

Superficie Agricola Utilizzata SUALa Superficie Agricola Utilizzata (SAU) di Bagno a Ripoli copre poco più di un terzo del territorio comunale, ed è in maggioranza destinata all'olivicoltura. Solo una piccola parte è coltivata a seminativo (foraggere avvicendate, ortive, cereali, …). La Superficie Agricola Utilizzata di Bagno a Ripoli sta diminuendo di quasi il 10% ogni 10 anni!

 

Il risultato del consumo di suolo agricolo è che la produzione alimentare nazionale oggi risulta coprire poco più dei consumi di tre italiani su quattro, portando l’Italia a essere un Paese deficitario – ovvero dipendente per il sostentamento della propria popolazione in termini di cibo, prodotti tessili e biocarburanti – dalla produttività del suolo agricolo di altri Paesi. Senza contare che la nostra domanda alimentare è fatta di fabbisogno interno ma anche di export (che per il Made in Italy è un settore cruciale); e che è plausibile ipotizzare in futuro un processo mondiale di ri-localizzazione (back reshoring) di tante filiere, in particolare di quella alimentare, come risposta alla crisi scatenata dal coronavirus. Processo già avviato con il protezionismo di India e Cina e la guerra dei dazi di Trump. 

Deficit agricoloL’Italia è oggi il terzo Paese nell’Unione Europea per deficit di suolo agricolo e il quinto su scala mondiale. Anche Bagno a Ripoli ha un bilancio alimentare in deficit, pur essendo stata storicamente un modello di gestione agraria. Il bilancio alimentare locale si calcola considerando che alle nostre latitudini ogni ettaro di campo agricolo fornisce cibo a circa 6 persone l’anno.
 

“Possiamo consumare il nostro suolo agricolo?”

Una buona spesa dunque possiamo farla solo in presenza di politiche che realmente ci offrano la possibilità di decidere il nostro sistema alimentare e produttivo. Si chiama “Sovranità Alimentare”. Persa e reclamata dai Paesi del Sud del Mondo, la stiamo perdendo anche noi. A dispetto del nome, la Sovranità Alimentare non ha niente a che vedere con la Nutella e le nocciole turche di Salvini, né con l’America First di Trump. Non significa cioè chiudere le frontiere del mercato (così importante per il Made in Italy agroalimentare), ma è la possibilità, per gli Stati come per le comunità locali: • di essere più forti delle fluttuazioni dei mercati, delle guerre, dei coronavirus o delle locuste che divorano i raccolti nel corno d’Africa;di avere spazi di azione per valorizzare i sistemi alimentari locali; di intercettare le domande di policy alimentari che provengono dalla società civile o quelle di quanti promuovono una particolare cultura del cibo (come per esempio Slow Food); • di regolare (attraverso statuti, regolamenti, piani, linee guida, capitolati, atti amministrativi...) le attività e i servizi che consentono di tutelare il diritto ad una sana e giusta alimentazione dei cittadini.

Piuttosto che ridurre la nostra capacità di scelta, dovremmo impegnarci ad ampliarla. Rispondendo alla domanda: “Possiamo consumare il nostro suolo agricolo?” 

 Bilancio di responsabilità alimentare localeTra le proposte per regolare il consumo di suolo, vi è il "bilancio di responsabilità alimentare locale": ogni Comune dovrebbe essere obbligato a calcolare i prodotti agricoli producibili con i propri terreni agricoli. Questo calcolo, raffrontato con il cibo necessario alla popolazione residente, fornirebbe una prima misura della sostenibilità delle decisioni che strappano suolo all'agricoltura.

5 commenti

  • Link al commento Cristiano Sabato, 18 Aprile 2020 13:39 inviato da Cristiano

    Concordo con Roberta. Si paga di più solo apparentemente, i costi economici del dissesto idrogeologico, o in generale del cambiamento climatico, alla fine sono molto molto più alti. Poi ci sono quelli sulla salute...

  • Link al commento Roberta Venerdì, 17 Aprile 2020 14:39 inviato da Roberta

    Piu vicino , più genuino. Cibo stagionale. Piccoli agricoltori producono buono e sano col rispetto del suolo, paghiamo di più e diamo lavoro a giovani agricoltori di fiducia.

  • Link al commento Giorgio Mercoledì, 15 Aprile 2020 12:55 inviato da Giorgio

    Prezzo dei broccoli +90%, cavolfiori +58% (da La Repubblica di oggi). Come è da ricercare il massimo di autosufficienza energetica, lo stesso dovremmo fare per l'agroalimentare.

  • Link al commento Patrizio Mercoledì, 15 Aprile 2020 12:51 inviato da Patrizio

    "la tempesta del coronavirus passerà, ma le scelte che facciamo in questi giorni potranno cambiare le nostre vite per molto tempo" (Yuval Noah Harari)

  • Link al commento Beatrice Bensi Mercoledì, 15 Aprile 2020 11:39 inviato da Beatrice Bensi

    Grazie per il tuo prezioso ed esaustivo documento dove tra l'altro fai delle proposte valide e concrete. Spero possa essere diffuso il più possibile. Bravo Antonio

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