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I fantasmi di B.K., il profugo suicida nei boschi di Grassina

Vittima degli orrori della guerra, del viaggio senza speranza e di un sistema di accoglienza che non è riuscito a salvarlo, la storia del giovane profugo che si è impiccato a Grassina.

mali guerraUna statuetta della Madonna decapitata, in una chiesa cattolica di Diabaly messa a ferro e fuoco dagli islamisti. 22 gennaio 2013. © ISSOUF SANOGO/AFP/Getty Images

A ottobre scorso la notizia era arrivata come un macabro fatto di cronaca, con l’aria di quei gialli che riempiono i salotti televisivi. Un cadavere ritrovato nel bosco, la testa tagliata. “È mistero” avevano titolato i giornali. Poi gli investigatori avevano cominciato a fare luce sul "giallo di Grassina". Si trattava di un suicidio per impiccagione. Un uomo di colore. E la notizia aveva così perso il suo colore e il suo interesse, ed era scomparsa dalle pagine cartacee e online dei media.

Solo un articolo di Luca Serranò nelle pagine fiorentine di Repubblica, pochi giorni dopo, ha restituito valore e significati a quel fatto di cronaca.

In Africa occidentale c’è un paese che noi colonizzatori chiamavamo Sudan Francese, ma che nel 1960 proclamava la sua indipendenza con il nome di “Mali”. Iniziava allora una storia senza pace di governi più o meno corrotti alternati a colpi di stato, e di guerre civili oggi alimentate e incrudelite da quello tsunami di integralismo islamico che ha investito l’Africa dal Sahara alle coste del Kenya, e che risponde al nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi).

Tre anni fa comincia un esodo di massa dal paese. Chi fugge lo fa per tre motivi: scampare alla Sharia degli integralisti, imposta con amputazioni, lapidazioni e abusi sulle donne. Trovare cibo e acqua con cui sfamarsi. Sopravvivere alle bombe dei raid stranieri, alle esecuzioni brutali e agli stupri dei soldati dell’esercito regolare del Mali, che si sono sommate a quelle dei jihadisti in un clima di violenza etnica bipartisan.

Anche il giovane B.K. fugge. Fugge dal Mali, ma non dai ricordi: gli orrori della guerra, l’odissea dei viaggi clandestini su pullman e barconi, la delusione per quanto trova all’arrivo in Italia: nessuna terra promessa, ma centri per migranti, strutture di accoglienza e reparti di psichiatria.

I fantasmi lo inseguono, prima sulle coste della Sicilia, dove ai medici mostra subito pesanti segni di squilibrio; poi in Toscana, dove cambia strutture ma non cambia il suo atteggiamento di chiusura verso il mondo. B.K. si rifiuta di parlare, di collaborare con gli operatori. Rifiuta cibo e acqua. Da Prato a Bagno a Ripoli, dal centro psichiatrico di Pontedera al trattamento sanitario obbligatorio a Ponte a Niccheri, nulla cambia nel suo incubo.

B.K. rompe un vetro del reparto di Santa Maria Annunziata e scappa nei boschi. Dorme, in solitudine, in un giaciglio di fortuna. Poi l’ultima fuga, quella che cancella tutto. Con un cappio stretto al collo. 

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