Storie

Oriana Fallaci e la “Passione” di Grassina

«Nel tempo in cui rievocano la Passione di Cristo, i grassinesi, dimenticano pene e rivalità.»

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«L’anno scorso, al culmine della scena della Passione, un brivido percorse la folla che stava a guardare. Qualcuno gridò. Quando sulla collina venne innalzata la Croce di Cristo fra quelle dei ladroni ed egli disse: “Dio, Dio, perché mi abbandoni?”, anche i più scettici strinsero forte le mani per vincere lo smarrimento. Altri lentamente alzarono la mano e si segnarono, fissando con gli occhi sbarrati la Croce e qua e là si udirono singhiozzi e poi grida. La scena aveva una straordinaria potenza espressiva che negli spettatori suscitava i brividi. Per tutti quella là ormai non era una qualsiasi collina di Grassina ma il Golgota, e le Croci, bianche contro il nero del cielo senza stelle, erano davvero quelle del Calvario; e l’uomo crocifisso nel mezzo non era un povero contadino, con la parrucca bionda e le palme intatte, ma il Redentore, trafitto ai piedi e alle mani, ferito al costato, che si immolava per gli uomini» (1).

Nell’aprile del 1952 queste parole di grande forza evocativa aprivano un articolo che il settimanale “Epoca” dedicava alla «Passione di Grassina». Lo firmava una giovane e talentuosa giornalista fiorentina, Oriana Fallaci (1929-2006).

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La tradizione della rievocazione storica, che affonda le radici fino alla metà del Seicento, in origine – e almeno fino ai primi decenni del XX secolo – era circoscritta nell’ambito di una processione religiosa, per quanto sentita e partecipata dal popolo di San Michele a Tegolaia. Nel 1889 ne lascia traccia Luigi Torrigiani, nei Ricordi Religiosi relativi a quella parrocchia:

«La sera del Venerdì Santo si fà la Solenne processione del morto Redentore, la quale muove dalla Chiesa verso le ore 24, percorre le Vie di Piazza calda, del Salese [villa Il Boschetto], del Ponte del Lepri o Via di Tizzano, la Via provinciale Chiantigiana per tutta la estensione del Borgo di Grassina, fino alle Case Bartolini; ove retrocedendo, la processione attraversa il Ponte di Legno sull’Ema, e torna alla Chiesa. A questa Solenne annuale ovazione anniversaria in memoria della immensa carità del Figlio di Dio, morto in croce per la redizione (sic) del genere-umano, prende parte tutta la popolazione della Parrocchia, riesce commoventissima, e vi accorrono da ogni parte le popolazioni delle Parrocchie circostanti» (2).

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Ciò nonostante la fastosità del corteo attirava già allora un gran concorso di popolazione. «A Grassina, favorita da una magnifica serata, la processione del Morto Redentore riuscì solennissima, enorme il concorso di forestieri e specialmente di inglesi in equipaggi altissimi splendidi», scriveva “La Nazione” del 2 aprile 1899, che continuava descrivendo il corteo. «Procedevano quattro cavalieri con elmo, lancia e drappi al costume romano, seguivano le confraternite ed il corpo del Redentore circondato da soldati equipaggiati alla romana. Indi il coro del paese che egregiamente cantò il Miserere ed altri pezzi. Lungo lo stuolo delle vergini con velo bianco fino a terra, molti bambini vestiti da angioletti con le insegne della Passione, infine, moltissime donne vestite di nero precedevano e seguivano l’immagine dell’Addolorata. In coda la banda della Filarmonica che eseguì egregiamente marce funebri del maestro Romano Baragatti».

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Quanto meno curiosa la segnalazione della «processione, al chiarore delle fiaccole, del Gesù morto a Grassina» all’interno di un volumetto pubblicato nel 1913 a Londra, dal titolo La settimana santa e la Pasqua a Firenze. A parte la descrizione, vista con gli occhi curiosi di uno straniero (3), è degno di nota il disegno del lungo corteo che esce dalla chiesa di San Michele, ancora priva della facciata e della torre campanaria, inaugurate solo nel 1925.

viacrucis 3 1913Dagli anni Trenta la processione aveva assunto connotati spettacolari, promossa dal Fascio locale «per farne un evento, occasione di consenso, travalicando la dimensione liturgica e valorizzandone i risvolti nazional-popolari» (4). Nei tumultuosi anni del secondo Dopoguerra la “Passione” aveva costituito in ogni caso un importante punto di riferimento per i Cattolici grassinesi, ma non solo per loro. Quella sera si sviluppava un’aura quasi magica, tanto da far dire a Oriana Fallaci, in conclusione del suo articolo: «Non sono molte due ore di concordia, nel corso di un anno, ma sono sempre qualcosa. I grassinesi, con pratica saggezza, dicono: “Basterebbe che tutti decidessero di volersi bene due ore all’anno, perché il mondo andasse meglio”. Due ore di concordia, è pretendere troppo?».

Ancora oggi, nel Terzo Millennio, ce ne sarebbe un gran bisogno.

Michele Turchi

 

Le foto d’epoca della “Processione del Morto Redentore” di Grassina (anni 50 e 60) sono tratte dal volume “Grassina, viaggio verso casa”, a cura di Lorenzo Casebasse, Lisa Ghiandelli e Elisa Romanelli, Firenze, Pagnini ed., 2014.

(1) “Epoca”, Arnoldo Mondadori Editore, Anno III, n. 79, 12 aprile 1952; l’articolo è riedito in Oriana Fallaci e il Venerdì Santo di Grassina. Testimonianze e immagini degli anni ’50, a cura del Centro Attività Turistica di Grassina, Firenze, Pagnini, 2009.

(2) Luigi TORRIGIANI, Il Comune del Bagno a Ripoli. Ricordi Religiosi della Parrocchia di San Michele a Tegolaja, Bibliteca Moreniana di Firenze, Acquisti Diversi, 158, vol. 20, cc. 158v-159r.

(3) Il testo tradotto e il disegno sono pubblicati in: Gian Piero PAGNINI e Paolo PELLEGRINI, Grassina. Il racconto di un paese, Firenze, Venturini, 1983, pp. 39-41.

(4) Arnaldo NESTI, La Passione di Grassina. Una vicenda collettiva nel ’900, Grassina, C.A.T., 2001, p. 26. {jathumbnail off}

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