Back Sei qui: Home Blog Antonio Massi Un'opportunità per Bagno a Ripoli: la Grande Firenze o il Comune di Val d'Ema?

Un'opportunità per Bagno a Ripoli: la Grande Firenze o il Comune di Val d'Ema?

Meglio un morto in casa che un pisano all'uscio. La Toscana è terra ricca di arte, storia e di accese rivalità. Ma in tempo di crisi socio-economica per i campanilismi non c'è più spazio. Le parole d'ordine sono altre: ottimizzazione dei costi della politica; riduzione degli incarichi istituzionali; snellimento burocratico.

Una strada per raggiungere tali obiettivi è quella della fusione tra Comuni contigui. "Uno più uno fa tre" è lo slogan che l'ANCI Toscana ha scelto per sostenere tali operazioni. La fusione ha infatti un valore aggiunto: un ente comunale più ampio offre maggiori servizi e costa di meno, oltre ad avere più peso politico nelle sedi provinciali e regionali. Sull'altro piatto della bilancia ci sono le identità territoriali: culture, tradizioni e senso di appartenenza.

In un recente convegno, promosso da Andrea Barducci, si è parlato della possibile fusione di Firenze con Bagno a Ripoli e tutti i Comuni della cintura (Pontassieve, Impruneta, Scandicci, Lasta a Signa, Signa, Campi Bisenzio, Calenzano, Sesto Fiorentino, Fiesole), per costituire una "città grande" da 650 mila abitanti. Ma le opportunità per Bagno a Ripoli potrebbero essere anche altre, cominciando per gradi, con l'unione con uno dei Comuni limitrofi.

LE RAGIONI

Gli studi di fattibilità mettono in evidenza come la fusione tra Comuni porti ad economie di scala e, nel medio-lungo periodo, ad un miglioramento della qualità dei servizi, grazie ad un processo di qualificazione e specializzazione del personale. Strutture comunali troppo piccole infatti, dotate di personale numericamente insufficiente per produrre determinati servizi, finiscono per acquisire all’esterno le competenze necessarie. Questo tipo di organizzazione, oltre ad incidere significativamente sui costi, risulta insoddisfacente dal punto di vista della rappresentanza democratica, perché gli accordi di varia natura tra enti locali e le varie forme di delega rendono più opaca la ricostruzione delle responsabilità e diminuiscono le possibilità dei cittadini di incidere sulle scelte pubbliche.

Un altro dei fattori più citati a favore dei processi di fusione è la riduzione dei costi della politica, con particolare riferimento alla diminuzione degli amministratori politici, siano essi consiglieri, assessori o sindaci (si tratta di una riduzione ben più incisiva di quanto già disciplinato dalla recente normativa inerente la riduzione dei rappresentanti politici a livello comunale – legge 42/2010 e 138/2011).

Da non tralasciare il valore simbolico dei tagli sui costi della politica: stiamo parlando di sindaci, assessori e consiglieri che sacrificano il loro ruolo, e relativo compenso, per un bene comune.

Il Comune unico infine, date le sue più ampie dimensioni, accede con maggiore facilità a finanziamenti statali e regionali.

GLI INCENTIVI FINANZIARI

Il Consiglio regionale della Toscana ha di recente aumentato gli incentivi previsti due anni fa dalla legge di riforma delle autonomie locali. Ogni Comune che si fonde può contare oggi su 250 mila euro l'anno (per cinque anni) di maggiori contributi regionali, fino ad una massimo di un milione di euro per fusione.

A questi si aggiungono i finanziamenti dello Stato, che prevedono per i Comuni istituiti a seguito di una fusione, per un periodo di 10 anni, un contributo straordinario che è commisurato al 20% dei trasferimenti erariali che gli stessi Comuni potevano vantare nel 2010.

Ma soprattutto i Comuni nati da una fusione sono esenti per tre anni dal patto di stabilità.

COSA SUCCEDE IN TOSCANA

Dal Casentino all'Isola d'Elba, fino al Valdarno fiorentino, sono molte le zone della Toscana in cui si è affrontato, seppure con forme e metodologie diverse, il tema della creazione di Comuni estesi, di ampio respiro, con maggiori servizi e minori costi. Quattordici Comuni sono andati al voto referendario il 21 e 22 aprile scorsi (2013), due andranno a giugno, e altri 18, lavori in corso permettendo, lo faranno forse in autunno. Si tratta di referendum consultivi, senza nessun quorum per validità, a cui votano gli abitanti maggiorenni, compresi stranieri della UE ed extracomunitari residenti da almeno cinque anni che hanno fatto domanda.

Non sempre tali referendum hanno dato esito positivo. È successo lo scorso anno (2012) nel Casentino, dove il progetto di fusione di 13 Comuni – proposto dalla società civile e non dalle istituzioni – ha dato esito negativo (56,4% i NO), forse scontando un progetto troppo ambizioso, con molti Comuni su un'estensione geografica elevata, che avrebbe dato vita ad una città di 48.000 abitanti (sarebbe diventato il maggior centro della provincia di Arezzo).

Nella battaglia "Identità locale vs taglio degli sprechi" ha vinto la prima anche all'Isola d'Elba, dove, lo scorso 22 aprile, circa 30 mila abitanti di otto Comuni – Portoferraio (11.641 abitanti), Campo nell'Elba (4.553), Rio Marina (2.235), Rio nell'Elba (1.170), Porto Azzurro (3.826), Marciana (2.208), Marciana Marina (1.946) e Capoliveri (3.764) – hanno bocciato, con il 60% dei NO, la proposta della fusione. Sono rimasti 8 sindaci, 44 assessori (uno ogni 700 abitanti) e 124 consiglieri (uno ogni 250 residenti). A Roma, città con 2,5 milioni di abitanti, ci sono 11 assessori e 60 consiglieri (che diventeranno 48 nella prossima amministrazione).

Più interessante analizzare il caso di Figline Valdarno (17.050 abitanti) e Incisa in Val d'Arno (6.339 ab.), dove ha vinto il SI con oltre il 70% dei votanti (affluenza al 32,3%), e dove si libereranno 27 milioni di investimenti bloccati dal patto di stabilità e 5 milioni e 750 mila euro, in dieci anni, saranno gli incentivi statali e regionali, che in parte saranno utilizzati per abbassare le imposte (IMU e IRPEF) dei due Comuni.

Gli organi istituzionali si dimezzeranno passando da 2 a 1 sindaco, da 32 a 16 consiglieri, da 9 a 5 assessori, con una diminuzione dei costi dagli attuali 216mila euro a circa 117mila euro. Complessivamente (costi della politica + costi di funzionamento e altri costi di personale), e considerando solo gli effetti più certi, l’operazione di fusione a regime dovrebbe comportare un risparmio di risorse nell’ordine dei 500mila euro annui (stima IRPET), una cifra di rilievo per due Comuni che gestiscono insieme un budget di spesa corrente di circa 15 milioni (-3%).

CRITICITÀ E LIMITI

Tra i fattori che frenano i processi di fusione, il più forte è stato finora la paura nelle popolazioni della perdita di identità (politico-istituzionale, sociale e culturale) e di autonomia decisionale.

Nel caso di Bagno a Ripoli, la popolazione è forse avvantaggiata, nella costruzione di una nuova identità territoriale, dal fatto di essere cresciuta in una "Lega" storicamente nata dall’unione di tre pivieri (Ripoli, Antella e Villamagna) e di essere oggi distribuita su diverse aree urbane (Grassina, Antella, Bagno a Ripoli, Ponte a Ema, etc.), dunque su un territorio dove non esiste una identificazione perfetta tra Capoluogo e confini comunali. L'identità territoriale è inoltre indebolita, in molti residenti, anche dalla non corrispondenza tra il luogo di residenza e quello di lavoro (Firenze).

Relativamente ai problemi di autonomia decisionale – conseguenza del fatto che i nuovi organi di governo del Comune unico andrebbero a rappresentare una popolazione più ampia e più eterogenea – bisogna distinguere il caso di una fusione di Bagno a Ripoli con Firenze, da quello con un Comune più piccolo (come potrebbe essere Impruneta), cambiando enormemente, nei due casi, il nuovo rapporto numerico tra elettori ed eletti che si verrebbe a creare.

La perdita di rappresentatività politica sarebbe maggiormente sentita in una ipotetica fusione con Firenze (e più forte sarebbe, di conseguenza, la paura di non godere direttamente degli incentivi finanziari, per il timore di vederli dirottati per opere e servizi in altre zone della nuova, nascente, area metropolitana).

LE OPPORTUNITÀ PER BAGNO A RIPOLI – La Grande Firenze o il Comune di Val d’Ema?

Un progetto di accrescimento della dimensione di un Comune parte dalla consapevolezza che il suo territorio è già parte di ambiti geografici più vasti, che possono essere delimitati secondo criteri geografico-morfologici (stesso bacino fluviale; o stesso versante collinare); socio-economici (distretto produttivo; bacino di pendolarità per motivi di studio e lavoro); politico-amministrativo (servizi pubblici in comune con altri enti locali).

In riferimento a quest'ultimo criterio è bene notare come buona parte dei servizi pubblici (servizio idrico, igiene urbana, trasporto pubblico, istruzione e servizi sociali per l'infanzia e per gli anziani, Polizia Municipale, Protezione Civile, Attività antincendi boschivi, …) abbiano già perso il carattere locale, attraverso: (1) processi di aggregazione tra enti locali, per ampliare il bacino di utenza ed offrire servizi a maggiore specializzazione e maggiore contenuto tecnologico; (2) processi di out-sourcing, nei quali la produzione è stata spostata dall'ente locale ad aziende esterne, per cui il ruolo del Comune è ridotto a quello di committente sulla base di contratti di servizio.

Cambiando il punto di vista, si può dire che è la città oggi a trascendere la dimensione comunale, fino a definirsi come somma di numerose città: “…se il sindaco della vecchia città bastava a governare – scrive Gabriele Ciampi in Azzerare i Comuni, moltiplicare le provincie? (Limes, anno 4, n. 3) – e il suo potere era commisurato e funzionale alla dimensione di essa, oggi una nuova e ben più grande città non dovrebbe essere governata da una molteplicità di sindaci, che non hanno una visione d’insieme della città reale odierna, e non sono quindi in grado di perseguire il pubblico bene.”

Nello specifico, anche Bagno a Ripoli appare caratterizzato dall'appartenenza ad una pluralità di ambiti territoriali che non sempre tendono a coincidere, oltre che da forti connessioni sovralocali (Firenze). Quale criterio di aggregazione territoriale si debba adottare per il ridisegno dei confini istituzionali (cioè con quale Comune, tra quelli confinanti, Bagno a Ripoli potrebbe avviare il progetto di fusione) è una risposta che può arrivare solo attraverso un serio studio – che l'Amministrazione Comunale dovrebbe avviare al più presto – su: struttura demografica, specializzazioni produttive, mercato del lavoro, pendolarismo, turismo, sistemi energetici, organizzazione dell'ente locale, servizi pubblici appaltati, etc.

Ma la scelta deve scaturire, oltre che dalle analisi tecniche, da una visione politica di sviluppo del territorio.

Se un progetto di fusione con Impruneta avrebbe quantomeno l’indubbio vantaggio di sfruttare gli incentivi fiscali e finanziari – solo i finanziamenti statali ammonterebbero per Bagno a Ripoli a 2.450.000 euro per 10 anni e permetterebbero importanti investimenti nelle opere pubbliche –; l’unione con una realtà amministrativa come Firenze, oltre ad avere fondamento nei contenuti, sarebbe di grande suggestione per il respiro strategico e urbanistico. Varrebbe la pena provare per un obiettivo "comune".

Antonio Massi

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