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Quando eravamo francesi (parte 1)

La libertà, la ribellione contro l'invasore straniero, gli ebrei perseguitati, Firenze liberata... Sembrano fatti o parole da una storia più recente, ma siamo nel 1799, gli invasori sono francesi e i ribelli sono accampati tra San Donato in Collina ed Osteria Nuova.

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Nonostante la dichiarata neutralità, nel marzo 1799 la Toscana venne invasa dalle truppe francesi. Come simbolo della loro autorità, ben presto fecero erigere nella piazza principale di ogni capoluogo il cosiddetto Albero della Libertà. Si trattava di un pioppo (dal latino populus, che significa popolo) o di una quercia, ma più spesso di un grosso palo in cima al quale veniva issato un rosso berretto frigio, con contorno di ghirlande e nastri e bandiere tricolori, punto di riferimento sia per le cerimonie civili che per i balli popolari. A Bagno a Ripoli l’Albero della Libertà venne eretto il 10 giugno 1799 nei pressi del palazzo pretorio, all’angolo di via della Nave a Rovezzano, con grandi festeggiamenti e la presenza della banda. Nella nota delle spese, che ammontarono a 282 lire, colpisce la somma di 33 lire del «rinfresco per il magistrato» in contrasto con le 25 lire per la colazione dei componenti della banda e i «fatiganti». Evidentemente le parole d’ordine «Libertà – Eguaglianza», che comparivano in testa a ogni lettera ufficiale, erano solo una pura formalità.

Quando eravamo francesi 2Ben presto, tuttavia, contro questo stato di oppressione prese vita a partire dalla città di Arezzo una vasta insurrezione popolare al grido di «Viva Maria», sotto le insegne della Madonna del Conforto. Nel mese di maggio la città e le valli aretine vennero liberate dagli occupanti straneri, colti di sorpresa dal vasto movimento popolare. L’esercito di liberazione si arricchì di numerosi volontari, fino a contare diverse migliaia di unità. L’improvvisata armata si divise in due rami, l’uno diretto verso Siena, «dove appena giunti abbassarono l’albero della libertà in tutte le piazze e ne fecero un rogo, sul quale bruciarono tredici disgraziati ebrei, accusati di partigianeria verso i francesi, per avere un motivo di sfogare su di essi la loro malvagità» (Giuseppe Conti, Firenze vecchia).

Intanto, come si legge in un documento dell’Archivio Storico comunale, il giorno antecedente al «22 Pratile, anno 7° della Repubblica Francese una, ed indivisibile» (11 giugno) un corpo di truppe francesi si era stabilito nella «villa della Torre a Cuona di proprietà del cittadino Renuccini». Nulla poterono però il 22 giugno, quando un gruppo di circa duemilacinquecento ribelli agli ordini di Lorenzo Mari, dopo aver liberato il Valdarno aretino, prese d’assedio la villa. Il plotone francese di stanza a Fiesole venne richiamato con urgenza e mobilitato per cercare di riprendere il possesso del palazzo dei Rinuccini caduto in mano degli “Insorgenti”, ma anche questo non fu sufficiente.

Il Torrigiani riporta che, dopo la disfatta, le truppe francesi si diedero a saccheggiare, sbandandosi qua e là per la contrada, e vi è ricordo che un soldato francese «fu in colluttazione di resistenza, dalla popolazione ucciso al Ponte del Birro, ed un’altro ne fu ucciso per lo stesso motivo all’Osteria Nuova, in quel di Ruballa; e che le Truppe Francesi dalla Bottega Nuova, tirarono una cannonata contro il campanile della chiesa parrocchiale».

Il gruppo dei ribelli era rimasto accampato a San Donato in Collina, in attesa di rinforzi prima di marciare su Firenze. Non ci fu però bisogno di ulteriori combattimenti, in quanto i francesi, per scelta strategica, la notte del 5 luglio iniziarono a ritirarsi dalla città.

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E così il 7 luglio «tale valorosa armata, costituita da una ciurmaglia di 5000 ribelli, per la maggior parte appunto aretini» entrò «in Firenze nel pomeriggio del giorno stesso dalla porta a San Niccolò in numero di 2500 fra fanti e cavalli guidati dalla celebre Sandrina Mari, che a cavallo come un uomo, vestita metà da donna e metà da soldato, entusiasmava quel prode esercito». In realtà il comando era nelle mani del montevarchino Lorenzo Mari, già ufficiale delle truppe di Ferdinando III e marito di «quella specie di Giovanna d’Arco in caricatura», anch’esso descritto «con l’elmo da dragone, avea una tunica piena d’alamari, ricami e galloni; le spalline dorate, ed il petto fregiato di medaglie d’ogni specie, croci e tosoni, come i giuocatori di prestigio o i ciarlatani d’un tempo». 

Michele Turchi

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