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Gente di Villamagna (parte seconda)

Chi si occupa di storia del territorio in genere non riesce a resistere al fascino di nobilitare la propria terra vantando la frequentazione, spesso episodica se non addirittura ipotetica, da parte di personaggi universalmente celebri. Villamagna, nonostante il toponimo la definisca con l’appellativo “magna”, è oggi un borgo di ridotte dimensioni, ma non ha certo bisogno di questo tipo di artifici, potendo annoverare tra i suoi cittadini, per natali o lunga frequentazione, uomini di non secondaria rilevanza. Abbiamo rammentato nella prima parte il beato Gherardo, Rinaldo “delle bombarde” e Francesco Giannelli, ma la lista non si esaurisce qui.

Villamagna Granacci 1

A parte “san Galardo”, il personaggio che ha dato maggior lustro a Villamagna è senz’altro Francesco Granacci, pittore contemporaneo a Michelangelo, coincidenza che non ha certo giovato a mettere nella giusta luce la sua indubbia vena artistica. Nato tra l’autunno del 1469 e l’inizio del 1470 nella residenza di campagna che il padre, agiato rigattiere e materassaio, possedeva nel popolo di Villamagna, Francesco mostrò fin da giovane le sue doti e venne ben presto messo ad apprendere l’arte presso la bottega del Ghirlandaio, anche se forse per un breve tempo aveva in precedenza frequentato quella di Filippino Lippi. Forse fu proprio l’esser cresciuto in condizioni di agiatezza che Granacci, nota il Vasari, «faceva l’arte più per passar tempo che per bisogno». Questo spiega anche l’esiguità del suo corpus artistico, volto più a perfezionare le tecniche e la teoria pittorica che a produrre opere per la committenza. 

Francesco Granacci, Madonna col Bambino fra i santi Gherardo e DonninoTra le sue opere merita una citazione particolare il dipinto conservato presso la pieve del suo paese natale, commissionato probabilmente dai confratelli della locale Compagnia intitolata a san Donnino. L’opera, recentemente restaurata, venne eseguita a olio su tavola ed è databile agli anni 1530-1533, dunque alla sua ultima fase. Rappresenta la Vergine assisa in trono, in maestà, con il Bambino Gesù in braccio. Ai suoi piedi, in adorazione, sono san Donnino, santo titolare della pieve, rappresentato in abito antico, con la spada in mano e affiancato da due cani, e san Gherardo, con il saio francescano, il bastone e una ciocca di ciliege mature, in ricordo del suo miracolo più celebre. 

Un altro dipinto su tavola del Granacci si trovava sull’altra sponda dell’Arno, presso la chiesa di San Pietro a Quintole, anch’essa commissionata dalla locale Compagnia; rappresentava la Deposizione di Gesù fra i santi Giovanni, Pietro e Lorenzo (1525 circa). Trafugata e poi recuperata verso la fine del XX secolo, oggi se ne conserva copia presso la nuova chiesa di San Jacopo al Girone, mentre l’originale si trova presso il museo Diocesano.

Francesco Granacci morì a Firenze il 30 novembre 1543.

 

Luigi Torrigiani, nel compilare i suoi ventuno volumi sul territorio di Bagno a Ripoli, nell’affrontare argomenti inerenti la genealogia e l’araldica cita spesso tra le sue fonti l’abate Giuseppe Maria Mecatti, che definisce «il nostro Mecatti da Villamagna, agnato del Beato Gherardo di quella contrada».

L’abate visse gran parte della sua vita a Napoli, dove ricoprì l’incarico di funzionario della Regia Intendenza della Reggia di Portici. Nei titoli di copertina delle sue opere viene definito «Accademico Fiorentino, Protonotario Apostolico, Cappellano d’Onore degli Eserciti di Sua Maestà Cattolica, Apatista, e Pastor Arcade».

Nel corso del suo soggiorno napoletano, tra il 1751 e il 1758 il Mecatti fu più volte testimone dell’attività eruttiva del Vesuvio, tanto da scrivere sull’argomento due volumi corredati da dettagliatissime carte e stampe, tuttora apprezzati per la gran mole di osservazioni e la precisione dei particolari che vi sono segnalati. I titoli sono Racconto storico-filosofico del Vesuvio e particolarmente di quanto è occorso in quest’ultima eruzione principiata il dì 25 ottobre 1751 (1752) e Storia delle ultime sei eruzioni del Vesuvio (1760).

Il Vesuvio visto da ponente in sul finire dell’eruzione dell’Ottobre 1667

Nonostante la lontananza dalla terra natale, l’abate Mecatti completò lo studio della storia della città e delle famiglie fiorentine, dando alle stampe in Napoli a due corpose opere: la Storia genealogica della nobiltà e cittadinanza di Firenze in quattro tomi (1754) e la Storia cronologica della città di Firenze in 2 tomi (1755). Opere preziose, anche se peccano di lacune e imprecisioni, del resto comuni a molta storiografia del suo tempo. 

 

Citiamo per ultimo don Ferdinando Paoletti, nato a Croce a Varliano esattamente trecento anni fa, il 23 dicembre 1717. Pur non originario di Villamagna, svolse la sua funzione di pievano presso la pieve di San Donnino, a lungo e in modo per niente ordinario.

I suoi meriti andarono ben al di là della cura delle anime dei suoi parrocchiani. Colpito dalle condizioni di cronica miseria e indigenza in cui versavano le famiglie di mezzadri del suo popolo, da uomo erudito e illuminato qual era capì che questo stato di cose era dovuto all’arretratezza dei metodi di coltivazione. Si applicò perciò nello studio delle tecniche agricole e per farlo al meglio si associò alla prestigiosa Accademia dei Georgofili. Non fu l’unico parroco che percorse questa strada, mi viene in mente ad esempio don Jacopo Ricci (1765-1837) di Ontignano (Fiesole).

Questo suo impegno gli procurò tuttavia non poche difficoltà a causa di questi studi non del tutto canonici, malgrado adempiesse con zelo al suo compito di parroco. Il suo scritto più noto, Pensieri sopra l’agricoltura (1769) subì non poche critiche da parte dell’ambiente ecclesiastico, tanto da costringerlo a scrivere pochi anni dopo un’appendice apologetica dal titolo I veri mezzi per rendere felici le società (1772).

don Ferdinando Paoletti, scritti

Don Paoletti aveva ben chiaro che l’introduzione di nuove tecniche e soprattutto lo sviluppo di coltivazioni più redditizie – prime fra tutte quella delle vite e dell’olivo, all’epoca marginali – avrebbero potuto dare «comodi» e felicità ai suoi popolani contadini, molti dei quali lavoravano a mezzadria i poderi appartenenti alla prebenda della pieve. I suoi studi sull’enologia nel 1774 furono raccolti in un libro, L’arte di fare il vino perfetto e durevole, nel quale proponeva nuove tecniche per la fermentazione e la conservazione, in maniera da rendere i vini idonei all’esportazione, anche per via mare. Don Ferdinando si adoperò anche perché Villamagna fosse collegata al fondovalle per mezzo di una strada carrozzabile, riuscendo anche in questo caso a conseguire il suo obbiettivo.

Nonostante l’amicizia e la stima del principe Pietro Leopoldo, il quale avrebbe preferito vederlo vescovo, scelse di rimanere un semplice parroco di campagna. Si spense il primo dicembre 1801, nella sua amata parrocchia di San Donnino a Villamagna. Una lapide, apposta sulla facciata della canonica, ne perpetua la memoria agli uomini di oggi. 

Michele Turchi

La lapide a ricordo di don Ferdinando Paoletti, sulla facciata della pieve di San Donnino a Villamagna
 

  • Francesco Granacci e Giovanni Larciani all’Oratorio di Santa Caterina all’Antella, a cura di Lucia Aquino e Simone Giordani, Firenze, Polistampa, 2013.
  • Luigi TORRIGIANI, Il Comune del Bagno a Ripoli, descritto dal suo segretario notaro Luigi Torrigiani nei suoi tre aspetti Civile, Religioso, Topografico, nuova ed. a cura di Raffaella Marconi, Firenze, Polistampa, 2015, VI, pp. 117-128 (Famiglie e persone celebri).
  • Franco ASTE e Sara PAGNINI, Ferdinando Paoletti pievano di S. Donnino a Villamagna, Firenze, Pagnini e Martinelli, 2001.

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