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Giugno, la falce in pugno

Il grano o frumento (Triticum sativum) costituiva per i mezzadri di un tempo la principale risorsa del podere. Con i chicchi macinati al molino si otteneva la farina e da questa il pane, alimento base della frugale alimentazione di un tempo. Per questo motivo alla coltura di questo cereale venivano dedicate tutte le più amorevoli cure, mettendo in campo esperienza e duro lavoro, ma anche – a scanso di equivoci – religiosità e superstizione.

giugno 1

Nel corso del mese di giugno le spighe ormai mature assumevano sotto i raggi del sole un aspetto dorato, sul quale spiccava il rosso vivace dei rosolacci (papaveri). Alla sera i campi di grano erano invece punteggiati dalla presenza benaugurante delle lucciole. C’era infatti la credenza che questi animaletti facessero lume al grano durante le ore notturne, permettendone una migliore maturazione.

In molte zone, particolarmente nel Valdarno, si dava tradizionalmente inizio alla mietitura per san Giovanni, il 24 giugno, un giorno che secondo un’antichissima tradizione diffusa presso molti popoli europei veniva considerato magico. Anche se la stagione non era stata propizia e le spighe non erano ancora mature, si andava lo stesso nel campo e si falciavano alcuni covoni per indulgenza.

Era però sempre difficile stabilire il momento giusto per cominciare a segare il grano. La cosiddetta stretta, cioè una mietitura anticipata per prevenire l’inclemenza del tempo, poteva infatti influire negativamente nella resa del raccolto. Il pericolo maggiore, nella stagione in cui i raccolti giungevano a maturazione e gli sforzi di una stagione di intenso lavoro stavano per essere premiati, era costituito dai forti temporali estivi, spesso accompagnati dalla grandine. Era perciò particolarmente sentito il culto di santa Cristina (24 luglio), protettrice da questo flagello. Nel corso dei temporali non era raro che si recitassero delle formulette propiziatorie, a volte perfino in latino, retaggio di antiche superstizioni:

  • A fulmine e tempestate, libera nos domine.
  • Santa Barbara benedetta, liberaci dal fulmine e dalla saetta.

giugno 2
 

Nei dintorni di Bagno a Ripoli, e in particolare a Villamagna, per scongiurare temporali e grandinate si invocava invece al suono delle campane san Galardo (cioè san Gherardo), un eremita locale del XIII secolo che in realtà era solo beato, la cui venerazione era un tempo molto popolare.

La mietitura veniva portata a termine nel corso del mese di luglio, con l’accompagnamento incessante del frinire delle cicale. Le spighe venivano segate a mano, con falci affilate, da schiere di contadini disposte a piegaia, per rendere più efficiente il lavoro. Dopo essere stato legato in concini, il grano, veniva accatastato nei campi in biche (a la pianta circolare) o cavalletti (con la pianta a croce). Verso la metà del mese il grano veniva abbarcato nell’aia del podere, preventivamente resa impermeabile da uno strato di sterco di bove mescolato ad acqua, detto buìna. Questo sistema era nato quando il grano veniva battuto ancora a mano (lo si faceva fin verso la fine dell’Ottocento), usando il coreggiato, uno strumento antichissimo, costituito da due pali legati da una corda o una coreggia di cuoio, uno dei quali (il manfano o manfanile) veniva impugnato, mentre l’altro (la vetta) veniva fatto roteare in aria prima di abbattersi con violenza sui covoni, provocando l’apertura delle spighe. In tempi più recenti la battitura si faceva con la macchina, ovvero la trebbiatrice.

giugno 3

Quel giorno era una grande festa alla quale partecipavano, oltre a tutti membri della famiglia, anche molti vicini di podere, che aiutavano il contadino in questa faticosa operazione. La fatica però era alleviata dalla soddisfazione che il ciclo era compiuto. Il grano era ormai nelle balle di iuta, le preoccupazioni per la grandine e l’inclemenza della stagione erano ormai dietro le spalle. Si poteva finalmente far festa, desinando secondo la tradizione con il papero (il maschio dell’oca, che nell’aretino veniva chiamato l’ocio).

Alla sera si ballava sull’aia, al suono di un organino o di una fisarmonica. Una tradizione antichissima, pregna di significati ancestrali e sopravvissuta fino in tempi recenti in certe zone del Valdarno, stabiliva che le danze fossero aperte dal vecchio capoccia che invitava al ballo la più giovane ragazza in età da marito tra quelle presenti. Come per significare che quei chicchi dorati appena battuti segnavano sì la fine di un ciclo, ma al tempo stesso ne aprivano uno nuovo. 

Michele Turchi

giugno 4
 

Le foto allegate sono state scattate nel corso di manifestazioni rievocative della battitura del grano con locomobile a vapore, a Bagno a Ripoli e Osteria Nuova, 1990-1994.

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