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Niccolò di Giovanni, il Brunelleschi di Grassina

Una conversazione tra Antonio Massi e Michele Turchi per indagare i rapporti tra il territorio ripolese e Niccolò di Giovanni Fiorentino, indiscusso protagonista della scultura e dell'architettura adriatica, ancora in attesa di un riconoscimento adeguato alla sua statura, su cui hanno pesato a lungo le incertezze documentarie.

Niccolò di Giovanni

Michele, per un Bartali che resta legato tutta la vita al suo paese natio, ci sono tanti artisti che cancellano o dimenticano le loro origini.

“Nemo propheta in patria” dicevano i latini. Nel mondo dell’arte, poi, la massima è più vera che in altri campi. Può succedere che un giovane lasci la terra natia per seguire il maestro, impegnato in paesi lontani e trovi lì l’occasione per dimostrare il suo talento, tanto da non far mai più ritorno a casa. E, se nel caso dei nomi eccellenti ritorna almeno la fama, per gli artisti minori la memoria si perde, a volte per sempre. Immagino che tu voglia riferirti a Niccolò di Giovanni, scultore e architetto, che si porta dietro l’appellativo di “Fiorentino” legato alla sua provenienza. Del resto me lo hai fatto “scoprire” tu.

Sì, anche se di lui non si sa molto...

Verosimilmente fu allievo di Donatello, che seguì a Padova per assisterlo nella realizzazione dell’altare maggiore della basilica di Sant’Antonio. Si distinse a tal punto da ricevere delle importanti commesse. Rimase così attivo in ambito veneto, e in special modo in Dalmazia, che all’epoca era parte integrante del territorio della Serenissima, tanto da meritarsi un posto nella storia dell’arte della Croazia, dov’è noto come Nikole Ivanov Firentinca.

Niccolò di Giovanni Fiorentino
Ma Niccolò non era nato in città, era un fiorentino di contado. La sua immatricolazione all’Arte dei Maestri di Pietra e Legname di Firenze, datata 1445, fa menzione di un Niccolò di Giovanni originario dei dintorni di Pontassieve. Attorno al 2000 si è scoperto un testamento rogato a Venezia nel 1462, che menziona un «Niccolò di Giovanni di Lorenzo» nato nel 1418 a «Tigula», nei dintorni di Firenze, località che gli storici dell’arte hanno interpretato come Tegolaia, l’odierna Grassina.

In questi casi bisogna andarci cauti, Tegolaia un tempo era un toponimo abbastanza comune. Gli amici Roberto Lembo e Massimo Certini, per esempio, mi segnalano un atto del monastero di S. Maria di Rosano nel quale si fa menzione di un “Tigolaia” nei pressi di Pelago, località che si rileva anche nella cartografia catastale dell’Ottocento. Bisogna tenere a mente che la sua immatricolazione all’Arte dei Maestri di Pietra e Legname dice che Niccolò era nato vicino a Pontassieve, e Pelago indubbiamente lo è molto più di Grassina.

Nicc tegolaia
Comunque, prendendo per buona l’ipotesi degli storici dell’arte, e devi ammettere che in tutti i testi più aggiornati si afferma che il suo luogo natale era Grassina, cos’era in quegli anni quella che oggi è la frazione più popolosa dell’intero Comune di Bagno a Ripoli?

Grassina si è sviluppata in modo esponenziale nel corso dell’Ottocento e in quegli anni era ben poca cosa, ne ho già parlato in un articolo precedente. Nel 1427, all’epoca del primo Catasto fiorentino, quando Niccolò era ancora bambino, il popolo di San Michele a Tegolaia aveva una popolazione di quattro sole famiglie, composte da ventidue bocche, delle quali cinque maschi atti al lavoro. Di queste una sola aveva un imponibile di sei fiorini, essendo le altre tre «miserabili» senza alcun reddito. E forse tra queste si trovava quella di Giovanni, padre dell’artista.

Forse lavoro troppo di fantasia, ma è certo che per quanto riguarda i primi anni di vita del nostro scultore-architetto, quelli fiorentini, possiamo solo fare delle congetture. Sappiamo che in genere i ragazzi iniziavano il loro apprendistato a bottega intorno ai 12-13 anni. Pertanto Niccolò, giovanissimo ragazzo del contado, si trovò all’improvviso immerso nella Firenze del Brunelleschi, negli anni della costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore (1418-1436).

Del suo periodo fiorentino però non è rimasta traccia, anche se aveva attorno ai 25 anni quando seguì Donatello a Padova ed era già iscritto all’Arte, per cui da qualche parte esistono verosimilmente opere di sua mano, che ancora non gli sono state attribuite dalla critica. Ma la gran parte della sua attività si è svolta tra Veneto e Dalmazia... Padova, Venezia, Prasnizze (Pražnica), Brazza (Brač), Traù (Trogir), Zara, Sebenico. Un percorso ad arco attorno alla parte settentrionale dell’Adriatico, dove ha lasciato tracce significative di un certo spessore artistico, ben documentate da critici d’arte croati come Laris Borić o Samo Štefanac, come la tomba del doge Francesco Foscari (morto nel 1457), nella chiesa veneziana di Santa Maria dei Frari.

Cattedrale di San Giacomo
Ma l’opera che più colpisce è la cupola del duomo di Sebenico, la cui forma rivela una chiara derivazione brunelleschiana: dalla pianta ottagonale, con le otto vele alternate ai forti costoloni, al profilo a sesto acuto. Ma non c’è solo un’affinità formale, anche dal punto di vista costruttivo Niccolò, al pari di Brunelleschi, si fa notare per una soluzione ardita e fortemente innovativa, con una copertura realizzata con grandi lastre lapidee incastrate nei costoloni. Quasi un processo di prefabbricazione pre-industriale che permise di realizzare una struttura autoportante che poteva crescere senza centine.

Niccolò aveva visto senz’altro con i suoi occhi curiosi di adolescente quella semisfera di rossi mattoni dell’Impruneta che cresceva giorno dopo giorno, sospesa come per magia senza nessuna impalcatura. Certamente quelle osservazioni gli avranno fatto da guida, quando nel 1474 assunse l’incarico di protomaestro della cattedrale di San Giacomo a Sebenico.

Cupola del duomo di Sebenico
Torniamo a Grassina e alle origini di Niccolò di Giovanni Fiorentino. Se Leonardo ha portato Vinci a giro per il mondo, lo stesso non avrebbe fatto Niccolò con il suo paese natale. Troppo piccola Tegolaia o troppo forte, per un artista del Quattrocento “in fuga” tra Padova, Venezia e la Dalmazia, la voglia di legarsi a Firenze, culla del Rinascimento?

Come vedi anche in quegli anni si era costretti a emigrare per far fortuna. Citi Leonardo, che a Firenze si è formato nella bottega del Verrocchio, ma poi la sua fortuna l’ha fatta prima a Milano, poi in Francia, dove lo hanno lasciato lavorare dando sfogo al suo genio.

Allora possiamo mettere Niccolò nelle moderne categorie dei cervelli in fuga, o dei migranti per fame. Non voglio pensare alla fuga da un conflitto etnico con gli antellesi...

Ci piace pensare però che un bel giorno Niccolò possa tornare a Grassina e, appena sceso dal “31”, forse non gli piacerebbe troppo la statua che i suoi concittadini contemporanei hanno dedicato a una semplice lavandaia, nella piazza principale del paese, mentre all’Antella sfoggiano Ubaldino Peruzzi. E forse non gli dispiacerebbe che quella stessa piazza, ancora dedicata a un re dopo settant’anni di repubblica, fosse intitolata proprio a lui! 

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